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 Milano 
“Coraggio, sono io, non abbiate paura”


Ileana Mortari
Pubblicato in data 11/8/2017 ● FUORI PORTA WEB © 2000

L’episodio di Gesù che cammina sulle acque del mare di Galilea si trova anche in Marco e Giovanni, ma solo Matteo ha il particolare di Pietro che chiede al Signore di poter anch’egli procedere sul mare verso di Lui. Questo si spiega con l’importanza che l’evangelista attribuisce alla figura di Pietro come primo degli apostoli e designato dallo stesso Gesù quale suo successore e capo della nascente Chiesa cristiana (cfr. Matteo 16, 18-19).

In questo brano Matteo richiama la nostra attenzione su tre aspetti fondamentali della fede cristiana: l’aspetto cristologico, rispondendo alla domanda: “Chi è Gesù?”, quello ecclesiologico (rappresentato dai discepoli e da Pietro) e la figura di Pietro, che incarna il discepolo-tipo cui ciascuno di noi deve guardare nel suo cammino verso il Signore.

*
Anzitutto l’aspetto cristologico. Come appare Gesù in questa pericope? Dopo la moltiplicazione dei pani, egli aveva congedato la folla ed era salito su un monte, solo, a pregare, per quasi tutta la notte. Probabilmente questo lungo momento di preghiera è da mettere in relazione con lo strepitoso miracolo della moltiplicazione dei pani e il conseguente desiderio della folla di proclamare Gesù re (cfr. Giov. 6, 15). Ecco che riappare la stessa tentazione, già vissuta dal Nazareno nel deserto prima di iniziare la sua missione: seguire la via di un messianismo glorioso, trionfante, fatto di segni spettacolari e di conseguente plauso delle folle, attuare un messianismo politico quale la gente si aspettava. Ma, come nel deserto, così anche qui Gesù resiste alla tentazione; per questo ordina ai discepoli di andarsene subito ed Egli stesso riflette a lungo nella preghiera su quale doveva essere invece la sua missione in obbedienza al volere del Padre.

Poi verso l’alba Gesù va incontro ai discepoli, “camminando sul mare” (v.25); gli apostoli non lo riconoscono e lo prendono per un fantasma; Gesù li rassicura dicendo “Sono io!”, anzi nell’originale greco: “Io sono”, espressione che richiama chiaramente il nome “Jahvé” (= Io sono) rivelato da Dio a Mosè nell’episodio del roveto ardente (Esodo 3, 14).

Non solo, ma quando il Nazareno sale sulla barca, “il vento cessò” (v.32). La situazione richiama un precedente racconto di Matteo, la ”tempesta sedata” (cap. 8, 23-27), in cui Gesù “sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia”. Ora, come sappiamo da vari salmi e passi dell’Antico Testamento, è solo Dio che ha autorità sugli elementi naturali, perciò gli apostoli “gli si prostrarono davanti, esclamando: “Tu sei veramente il figlio di Dio!” (v.33), cioè lo riconoscono come partecipe delle prerogative divine, come il Cristo, il Signore, il Messia mandato da Dio.

L’aspetto ecclesiologico è espresso con un simbolismo che ebbe grande fortuna nei primi secoli del cristianesimo: la barca con gli apostoli rappresenta la Chiesa, che – come già aveva preannunciato Gesù – si sarebbe trovata nelle difficoltà e nella persecuzione.
Non dimentichiamo che la redazione scritta dei vangeli avviene solo dopo una lunga fase (circa 30/40 anni) di tradizione orale ed è fatta per istruire le comunità delle origini. Matteo (siamo all’incirca nell’80-90 d. Cr.) ha dunque ben presente la situazione della sua comunità (situata probabilmente ad Antiochia, capitale della provincia romana di Siria), che vedeva serpeggiare al suo interno varie tendenze pericolose per l’integrità della fede: una corrente “anomista”, che rivendicava cioè un’assoluta libertà rispetto alla Legge di Mosè; “falsi profeti”, capaci di grandi discorsi, ma incoerenti e non seriamente impegnati nella via evangelica; stanchezza e pigrizia spirituale, provocate dal ritardo della venuta finale del Signore, che si credeva imminente; divisioni nel tessuto ecclesiale, con irrigidimenti, liti, spirito vendicativo; e infine anche arroganza da parte dei capi della comunità.

All’esterno poi il compito missionario (in obbedienza al comando di Gesù) era svolto tra mille difficoltà ed ostacoli: i discepoli andavano incontro a citazioni e processi davanti a tribunali giudaici e pagani, dovettero subire la pena della flagellazione, sperimentarono delazioni e tradimenti di amici e parenti; soprattutto c’era il conflitto col giudaismo rabbinico del tempo, la necessità di difendere la fede cristiana dalle contestazioni degli avversari giudei circa la messianicità di Gesù, messo in croce in modo ignominioso, mentre la resurrezione, a loro dire, era solo un imbroglio!
(cfr. Matteo 28, 13-15)

Ecco, queste sono le grandi prove e difficoltà raffigurate dalla tempesta sul lago, che sconquassa la barca della Chiesa al tempo di Matteo, e che, pur mutando nome e fisionomia, non sono mai mancate nella storia della Chiesa.

Il messaggio del brano evangelico è chiaro: con Gesù “il vento cessò” (v.32), cioè è solo in unione a Lui che possiamo affrontare pericoli e difficoltà e non restarne schiacciati.

Quanto al terzo aspetto - la figura di Pietro - si vede bene in questa pagina una sua caratteristica più volte sottolineata da Matteo nel corso del vangelo: Pietro dimostra un enorme slancio di fede in Gesù (è solo lui tra i discepoli che osa scendere dalla barca nel mare), ma nello stesso tempo, col sormontare del pericolo, rivela anche una fragilità, che gli procura il rimprovero di Gesù: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” Eppure, ancora una volta, in questa fragilità gli viene in soccorso il Cristo che stende la sua mano e lo afferra, salvandolo. Anche qui il messaggio è chiaro: siamo tutti chiamati ad avere grande fede nel Signore, ma anche a sapere che, nonostante le nostre debolezze, i nostri errori, le nostre paure, egli non ci abbandona mai.

Come ha scritto suggestivamente Luigi Santucci: “La paura bussò alla porta; la fede andò ad aprire…non c’era nessuno!” E, come narra con delicatezza un Anonimo brasiliano nel “Messaggio di tenerezza”: Ho sognato che camminavo in riva al mare con il Signore e rivedevo la mia vita passata. E per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia due orme: le mie e quelle del Signore. Ma in alcuni tratti ho visto una sola orma, proprio nei giorni più difficili della mia vita. Allora ho detto: “Signore, io ho scelto di vivere con te e tu mi avevi promesso che saresti stato sempre con me. Perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili?”. E Lui mi ha risposto: “Figlio, tu lo sai che ti amo e non ti ho abbandonato mai: i giorni nei quali c’è soltanto un’orma sulla sabbia sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio”.  


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