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 Milano 
“Tu sei invidioso perché io sono buono?”


Ileana Mortari
Pubblicato in data 21/9/2017 ● FUORI PORTA WEB © 2000

La parabola è una forma caratteristica del discorso di Gesù, con tratti originali suoi propri anche rispetto al genere narrativo omonimo, e che costituisce addirittura un “unicum” nella letteratura di tutti i tempi. Essa serve per esprimere, mediante situazioni comuni, contenuti e realtà spirituali e soprannaturali e in genere ha per oggetto il regno di Dio.

Il testo di oggi, che è proprio di Matteo, inizia infatti con le parole “Il regno dei cieli (che nel primo vangelo equivale a il “regno di Dio”) è simile a un padrone di casa che uscì all’alba (cioè alle 6 di mattina)” ………..

Anche l’ambientazione, come sempre nelle parabole, è quanto mai realistica e veritiera: abbiamo la situazione di un proprietario terriero, la presenza di disoccupati, l’ingaggio e il salario a giornata.

Ma nello stesso tempo ci sono delle inverosimiglianze, anch’esse frequenti nelle parabole: le cinque “uscite” del padrone a diverse ore del giorno, soprattutto quella delle cinque del pomeriggio (l’”undicesima ora” delle 12 in cui consisteva la giornata lavorativa), l’ingaggio nel pomeriggio per poche ore di lavoro, il modo quanto meno insolito e decisamente inaspettato di assegnare la paga…. anzi, diciamo pure sconcertante e “ingiusto” dal punto di vista umano!

Infatti il padrone, che ha fatto lavorare gli operai ingaggiati in misura diversa, al termine della giornata ordina al fattore: “Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”; agli ultimi viene dato un denaro ciascuno, la stessa cifra che il proprietario aveva pattuito con i primi; questi, vedendo ciò, pensano di ricevere di più, in considerazione del maggior lavoro svolto, ma la paga è la stessa e alle loro mormorazioni il padrone risponde con tre argomentazioni: a) non sottrae loro nulla, perché essi ricevono quanto pattuito; b) è lui il padrone e dunque egli è libero di essere generoso quanto vuole c) “Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”(v.15)

Come si vede, da un lato la parabola facilita la comprensione del regno mediante alcune evidenti analogie (qui il padrone è Dio e la vigna il suo regno), ma dall’altro mette in luce criteri di giudizio e di comportamento assolutamente nuovi e insoliti, qui soprattutto il concetto di “giustizia”, che non coincide affatto con quello umano, anzi lo travalica completamente: il padrone non applica il nostro criterio quantitativo di retribuzione corrispondente all’opera svolta (tanto ho lavorato, tanto ricevo), ma va ben oltre nella sua generosità. Il brano si conclude poi con un “paradosso”, cioè una frase in contrasto con il modo comune di pensare, probabilmente aggiunta dall’evangelista: “così gli ultimi saranno primi, e i primi gli ultimi” (v.16)

Tra l’altro la stessa frase viene pronunciata da Gesù al termine dell’episodio precedente (Mt. 19, 30) e dunque fa “inclusione”, cioè delimita intenzionalmente la parabola, richiamando la nostra attenzione sul significato della frase stessa.

Cerchiamo allora di cogliere il messaggio che emerge dalla “punta” della parabola, cioè da quella parte su cui, come accade per un quadro, è soprattutto attirata l’attenzione dell’ascoltatore: la strana “giustizia” di Dio e soprattutto la terza risposta ai lavoratori.

Le parabole vanno sempre interpretate a tre livelli: il piano storico del tempo di Gesù, nel momento in cui egli ha effettivamente narrato l’episodio fittizio; il livello della Chiesa primitiva, quando spesso il testo viene adattato alla situazione della comunità; la perenne attualizzazione che viene fatta dalla Chiesa in ogni tempo in cui il brano evangelico viene riletto, annunciato e vissuto.

Ora, a al livello storico di Gesù la parabola trascrive sul piano simbolico una situazione conflittuale creatasi tra lui e i farisei, perché Gesù, in tutto il corso della sua missione, ha chiaramente mostrato la sua preferenza per quelli che non contano sul piano religioso – i peccatori, il popolo ignorante, gli “anawim” – suscitando le aspre critiche di coloro che invece si ritengono “eletti”, superiori agli altri, i ”primi”, perché osservano minuziosamente la Legge.

Non dimentichiamo che un denaro, oltre che rappresentare la paga media di un bracciante, era anche la somma minima necessaria per vivere; dunque il padrone della vigna vuole che ciascun lavoratore abbia il necessario per vivere (il pane quotidiano), indipendentemente dai suoi meriti. Cioè: la preoccupazione del viticoltore-Dio non è la giustizia retributiva, ma la misericordia, l’amore, il desiderio di bene per ognuno; anche perché egli non teme alcuna diminuzione delle sue sostanze: la sovrabbondanza della sua ricchezza-amore è infinita ed è destinata a tutti, è universale. Sono i “primi”, i lavoratori della “prima ora”, le 6 del mattino, che non hanno capito la logica del padrone-Dio; restano schiavi della loro meschineria e non sanno vedere la gratuità che raggiunge tutti, pur non facendo torto a nessuno.

Al livello delle prime comunità cristiane, soprattutto nel contesto prevalentemente giudeo-cristiano di Matteo, con “ultimi” si intende chiaramente i pagani, cioè gli ultimi, in ordine di tempo, chiamati al regno di Dio, che a un certo punto prendono il posto del “primo” chiamato, Israele, che non ha compreso il Messia. E “ultimi” sono anche coloro che nella comunità sono considerati i più piccoli tra i fratelli, i semplici, i poveri, gli ignoranti.

Infine, attualizzando il testo per il nostro tempo, possiamo ricordare il ragionamento di tanti: “Ecco, io fin da piccolo sono stato osservante e praticante. Quello lì, che ha fatto i suoi comodi per tutta la vita, si pente all’ultimo momento, viene perdonato ed ha la stessa mia ricompensa: il Paradiso. E’ giusto questo?”. Certo, è giusto nella logica di Dio, diversa dalla nostra, ma uguale a quella di un padre o di una madre, che non aspettano altro che il ritorno del figlio traviato; e quando questi si ravvede, gioiscono infinitamente, facendo gran festa e mettendolo a parte dei loro beni tanto quanto gli altri figli che magari vi hanno contribuito con il loro lavoro.

Non può essere che gretto e meschino il ragionamento di cui sopra, perché c’è comunque una bella differenza tra l’essere in dialogo e comunione con Dio fin dall’inizio della propria vita cosciente ed arrivarci all’ultimo momento: si perde molto purtroppo!, e poi si corre il rischio di essere raggiunti dall’esito fatale prima di fare in tempo a convertirsi. E ancora: siamo sicuri che il gaudente in questione fosse veramente felice e appagato? Che ne sappiamo noi di quello che è passato nel suo animo?

Chi ha conosciuto e goduto dell’amore straordinario e pacificante di Dio per tanto tempo non può che rallegrarsi che un suo fratello vi giunga, pur se in extremis, e partecipi egli pure della gioia ineffabile dell’essere figli immensamente amati da Dio Padre.  

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