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 Milano 
“Rendete a Dio quello che è di Dio”


Ileana Mortari
Pubblicato in data 20/10/2017 ● FUORI PORTA WEB © 2000

Dopo le tre parabole relative allo scontro decisivo con le autorità religiose ebraiche troviamo nel vangelo di Matteo alcune controversie di Gesù con farisei e sadducei, i due gruppi più rappresentativi del giudaismo del tempo.

Gli argomenti sono di grande attualità allora e oggi, come si vede dalla prima questione, oggetto della pericope odierna: il tributo a Cesare, immortalato tra l’altro in varie opere dell’arte cristiana.

Allo scopo di “coglierlo in fallo nei suoi discorsi” (v.15), i farisei mandano a Gesù i loro discepoli insieme ad alcuni erodiani, per porre al Nazareno una questione cruciale del tempo: “E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?” (v.17).

La Palestina era diventata dal 63 a.Cr. una provincia dell’impero romano e gli occupanti avevano imposto un pesante regime fiscale, costituito da un’imposta fondiaria per i proprietari di terre ed edifici, nonché una tassa personale sulla ricchezza mobile: è a quest’ultima che si riferisce il quesito posto a Gesù, visto che ogni giudeo adulto e attivo doveva versare all’erario imperiale il “tributum capitis”, nella misura di un denaro cadauno, che allora era mediamente la paga giornaliera di un operaio (cfr. Matteo 20,2).

Diverse erano, all’interno del popolo ebraico, le posizioni circa i tributi da versare agli odiosi occupanti: i sadducei, filoromani, non si ponevano il problema; anche gli erodiani, che parteggiavano per Erode Antipa (ligio ai dominatori), erano favorevoli a pagare le tasse. All’opposto gli zeloti, che predicavano la rivoluzione armata antiromana e spesso attuavano colpi di mano, si rifiutavano radicalmente di pagare il tributo a Cesare, per il fatto che, oltre a Dio, non si poteva tollerare alcun sovrano terreno, tanto meno l’imperatore romano che rivendicava una forma di riconoscimento e di “culto”, idolatrico e perverso secondo i giudei; infine i farisei, contrari alle rivolte armate e rassegnati al dominio straniero, pagavano le tasse diciamo così “obtorto collo”, per evitare il peggio.

Farisei ed erodiani dapprima elogiano ipocritamente Gesù per la sua indipendenza e libertà di pensiero e poi gli pongono l’interrogativo, ma con l’evidente intenzione di farlo cadere in un tranello. Infatti, se egli avesse dato una risposta affermativa, sarebbe stato bollato come cattivo patriota, “collaborazionista” e nemico delle tradizioni dei giudei, e si sarebbe alienato il popolo. Se invece avesse dato risposta negativa, lo avrebbero denunciato alle autorità romane come agitatore politico, ribelle e sovvertitore, avendo così un valido appiglio per farlo condannare. Era un dilemma dal quale sembrava non esserci scampo.

Ma non è così per il Messia, che non solo evita il tranello, ma impartisce un’alta lezione di comportamento civile e religioso; egli non discute astrattamente della liceità o meno del pagamento dei tributi, né fornisce una delle due risposte entrambe compromettenti; ma chiede di mostrargli la moneta del tributo. Gli presentano un denaro, moneta d’argento molto diffusa al tempo di Tiberio, che recava l’iscrizione: “Tiberio Cesare, figlio augusto del divino Augusto, pontefice massimo”. La riluttanza degli ebrei a servirsi delle monete romane era dovuta anche al fatto che la raffigurazione su di esse dell’imperatore costituiva una palese violazione del primo comandamento, il quale vietava
ogni riproduzione di esseri viventi, uomini o animali. La questione dunque non era solo politico-civile, ma religiosa.

Farisei ed erodiani posseggono le monete che mostrano a Gesù; dunque è evidente che, aldilà della loro posizione verso gli occupanti, si servono degli strumenti e delle strutture economiche romane per i loro affari e commerci. Per questo Gesù risponde: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare”.

Senza con ciò legittimare il potere di Roma, Gesù si limita ad una constatazione di fatto: l’imperatore esercita un governo e un’amministrazione e dunque è leale pagare i tributi. Potevano allora farisei ed erodiani accusare il Nazareno di connivenza con gli odiati dominatori? No, perché questa è solo la prima parte della risposta; la seconda è quella che, come dice poi il brano matteano, “sorprende” gli interlocutori (cfr. v.22): “e (rendete) a Dio quello che è di Dio”; li sorprende benevolmente perché, dandole rilievo (come è sempre nella seconda parte di una frase), Gesù inaspettatamente afferma con forza i diritti di Dio che anche ai farisei stavano a cuore e che venivano da loro fieramente difesi contro ogni ingerenza statuale.

Egli non prende una delle due posizioni come volevano i suoi avversari, ma da un lato riconosce l’autonomia della sfera politico-civile-amministrativa, dall’altro ne delimita chiaramente i confini. L’uomo – dice la Bibbia – è stato creato a immagine di Dio (cfr. Gen.1,27), cioè possiede una dignità, una coscienza e una libertà che non possono essere conculcate da nessun potere politico. E proprio Gesù, nella sua umanità di Figlio dell’uomo che serve per amore, ci restituisce il volto di Dio a immagine del quale siamo fatti. Inoltre la collocazione in seconda posizione del riferimento a Dio significa che il “politico” deve essere aperto al “religioso” e non viceversa: qualora Cesare mi impedisse di riconoscere Dio come l’Assoluto, allora sarei obbligato a disubbidirgli, addirittura a ribellarmi, sia pure senza mai far ricorso alla violenza, che è contraria al Vangelo. Così pure bisogna essere pronti a contestare il potere quando esso non difende i più deboli o addirittura calpesta la dignità della persona soffocando quei valori che la coscienza considera come sacri e inviolabili.

Osserviamo ancora che la frase dell’ultimo versetto, diventata celeberrima, sta alla base della definizione della “laicità” dello stato e della politica. Nel 1° secolo a. Cr. ogni struttura politica (dalla polis greca alla monarchia orientale alla teocrazia ebraica) aveva un carattere sacrale, era insieme anche “struttura religiosa”: la netta distinzione operata invece da Gesù è una di quelle novità evangeliche che fanno compiere un enorme passo avanti alla coscienza spirituale dell’umanità.

E’ evidente che da questa pagina evangelica si possono trarre varie indicazioni pratiche per la vita del cristiano oggi; ne ricordiamo almeno una. Il riconoscere Dio come “Assoluto” non significa svilire o compromettere i doveri verso lo stato: se mai, conferisce loro maggior fondatezza, perché l’ordinamento politico, in quanto “servizio” reso alla civile convivenza, rientra nel piano di creazione voluto da Dio; di conseguenza i credenti devono essere anche cittadini esemplari, rispettando le leggi; quindi, per stare all’argomento della controversia evangelica, “pagare le tasse” non è solo dovere civico, ma morale e religioso. E questo va ben ricordato a tanti, anche cristiani, che disinvoltamente evadono il fisco!  


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