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 Milano 
Breve riflessione sul vangelo festivo per giovani (Gv 15,1-8)


Ileana Mortari
Pubblicato in data 27/4/2018 ● FUORI PORTA WEB © 2000

La pericope inizia con una della grandi autorivelazioni di Gesù: “Io sono la vera vite”, che richiama immediatamente al lettore biblico l’immagine della vigna, assai frequente nell’Antico Testamento.
Ezechiele paragona gli Israeliti a una vigna che Jahvè ha circondato di amorevoli cure, ma che non ha dato frutti, o ha dato uva selvatica, frutti cattivi: fuor di metafora, sono la mancanza di fedeltà, la menzogna, l’ingiustizia, lo sfruttamento, l’inimicizia reciproca, il distacco da Dio e l’offesa del prossimo.

Nell’allegoria giovannea della vite compaiono poi i “tralci”, che designano i discepoli; analogamente ai rami naturali, solo se ben innestati nella vite-Gesù, anch’essi possono produrre quei frutti che Jahvè “il vignaiolo” si aspettava dal suo popolo: fedeltà e rispetto verso Dio, giustizia e amore verso il prossimo; in sintesi: la fedele osservanza dell’alleanza.

“Rimanete in me e io in voi”, dice più volte Gesù e specifica: “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (v.5)

“Rimanere” (e il suo sinonimo “dimorare”) è un verbo particolarmente caro a Giovanni, che lo usa più volte, nella forma reciproca vista sopra (“chi rimane in me e io in lui”), per indicare la mutua immanenza, cioè la comunione che esiste anzitutto e in maniera perfetta tra il Figlio e il Padre (“Io sono nel Padre e il Padre è in me” Giov.14,10 e 11) e poi tra il Figlio e il discepolo.

“Alla pallida spiritualità di molti cristiani che sentono la loro religiosità come un obbligo o come un mantello esterno, Gesù oppone la religione della comunione interiore, della vivacità, dell’amore, dell’adesione gioiosa” (G.Ravasi).  


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