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Pubblicato in data 15/3/2019 ● Articolo consultato 91 volte ● Archivio 11315 FPW

Milano
"Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltàtelo!" (Lc 9,28b-36)


Ileana Mortari ● FUORI PORTA WEB © 2000-2018

Lo straordinario episodio della trasfigurazione di Gesù è presente in tutti e tre i sinottici, ma la versione di Luca presenta caratteristiche proprie che vanno tenute presenti e che segnaleremo nel corso del commento. Anzitutto il redattore presenta il fatto nel corso di un momento di preghiera del Signore, proprio perché per lui (l’ ”evangelista della preghiera” per antonomasia) la preghiera costituisce il momento appropriato e privilegiato per le manifestazioni divine.

E qui abbiamo una notevole manifestazione divina, o “epifania”. “Mentre pregava, il volto di Gesù cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante” (v.29).
Ai tre discepoli appare il mistero di luce e gloria (segni di divinità) che Gesù di Nazareth nasconde sotto i lineamenti di un uomo all’apparenza comune. E’ come se si sollevasse un velo e dietro i lembi dell’umanità di Gesù sfolgorasse la divinità. Del resto la veste candida e il volto splendente richiamano alla memoria biblica il “Figlio dell’uomo”, glorioso e vincitore, di Daniele e ci rivelano il significato nascosto del cammino di Gesù.

v.30 “Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia….” Perché Mosè? Forse perché, per il fatto che nessuno sa dove sia il suo corpo, egli è, come Gesù, presso il Padre; e anche perché ha visto Dio (Es.33) ed è stato il mediatore tra Jahvè ed Israele. Perché Elia? Certamente perché è stato trasportato presso il Padre su un carro di fuoco. Ma soprattutto Mosè ed Elia rappresentano la Legge e i Profeti, cioè le due tradizioni giudaiche che convergevano verso il Cristo permettendo di identificarlo come Colui in cui giungono a compimento l’alleanza e la legge.

Luca, a differenza di Matteo e Marco, indica l’argomento del colloquio tra Mosè, Elia e Gesù: “parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme” (v.31).
Mosè ed Elia avevano vissuto il loro esodo verso la libertà definitiva attraverso la sofferenza e la persecuzione. Essi, quali rappresentanti della legge e dei profeti, hanno predetto le sofferenze del Messia (cfr. Lc.24,26-27; At.26,22-23).

L’ “esodo” si riferisce (cfr. anche 2°Pt.1,15) alla morte, resurrezione e ascensione di Gesù a Gerusalemme, città dove si compie la sua missione. C’è dunque un riferimento alla croce, che viene annunciata e anticipata, così come otto giorni prima c’era stato il 1° preannuncio della passione e morte.
Ora, qual è il nesso tra i due momenti della croce e della trasfigurazione? Il dono della visione epifanica viene fatto ai discepoli proprio perché in futuro non si lascino abbattere dalla vista di Gesù umiliato e crocefisso: in Lui abita la divinità eterna, che non può soggiacere alla morte. Infatti il suo volto, oggi fugacemente trasfigurato, verrà crudelmente sfigurato durante la Passione, ma poi sarà trasfigurato, risplendente della gloria del Padre, in maniera totale e definitiva, nel mattino della Resurrezione. Non è un caso che i tratti di questo racconto rimandino a quelli delle apparizioni postpasquali.


v.32 “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno”: non si parla tanto di un sonno fisico, ma si vuole esprimere la distanza ed estraneità dei discepoli dall’esperienza del Signore, e anche la loro cecità spirituale, visto che non hanno colto appieno il senso del discorso di Gesù con Mosè ed Elia. Infatti la successiva affermazione di Pietro: “Maestro, è bello per noi essere qui” (v.33) indica che essi comprendono solo la gioia del momento per la vista della gloria e non anche il destino di sofferenza che attende il Signore.
Occorre ricordare che la trasfigurazione (o cambiamento d’aspetto) degli esseri, secondo l’apocalittica giudaica era attesa per la fine dei tempi (Dan.12,3). Così la trasformazione avvenuta nel Maestro dovette sembrare a Pietro il segno che la fine dei tempi fosse ormai giunta. Per questo egli propone l’erezione di tre capanne, simbolo di quella dimora celeste in cui supponeva di essere già introdotto.

v.34 “…..venne una nube e li coprì con la sua ombra”. La nube, segno della Presenza divina fin dall’Antico Testamento, introduce il culmine della scena, dato dalla rivelazione della voce divina che proclama l’identità di Gesù: Egli è il Figlio di Dio. E’ questa la risposta alla serie di interrogativi disseminati nei capitoli 5-9 del vangelo di Luca relativi all’identità del Nazareno. Pietro aveva già avanzato una soluzione (cfr. Lc.9,18-21: “Tu sei il Cristo di Dio”), che ora viene confermata dalla voce celeste.

v.35 “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltàtelo!”. Qui troviamo ancora una differenza di Luca rispetto a Marco e Matteo: egli sostituisce l’ ”amato” dei due sinottici con l’ “eletto”, per richiamare la figura del Servo sofferente del Signore (Is.42,1) e la prospettiva della sofferenza futura di Cristo.

Nel momento in cui la voce celeste si fa sentire, Mosè ed Elia scompaiono e rimane solo Gesù. Ciò significa che d’ora in avanti è solo Lui che interpreta la Scrittura e la volontà di Dio. E’ lui la Parola di Dio per i discepoli: “Ascoltatelo!”

Tutti e tre i racconti evangelici della trasfigurazione riportano la forma imperativa “Ascoltàtelo”, sottolineando così l’importanza della predicazione di Gesù. Non dimentichiamo che “nella tradizione biblica il verbo <ascoltare> ha una densità di contenuto che non si riscontra nella nostra lingua; infatti non si tratta soltanto di <dare ascolto> a quanto dice il Figlio di Dio, ma soprattutto di <prestare obbedienza> a tutte le sue parole” (B.Prete)

A conclusione dell’episodio, mentre in Matteo e Marco Gesù impone ai discepoli il silenzio, in Luca sono loro stessi che, senza ricevere alcun ordine, non racconteranno a nessuno gli avvenimenti di cui sono stati spettatori sul monte (v.36), tanto è stata per loro misteriosa e sconvolgente l’esperienza vissuta. Ne parleranno solo dopo che avranno ricevuto lo Spirito Santo.

Come ogni pagina evangelica, questa della Trasfigurazione contiene molti elementi di attualizzazione e applicazione alla nostra vita. Ne indico almeno due.

1)“Il volto di Gesù è il volto altro dell’uomo. Noi tutti siamo come un’icona incompiuta, dipinta però su di un fondo d’oro, luminoso e prezioso, che è il nostro essere creati a immagine e somiglianza di Dio. L’intera vita altro non è che la gioia e la fatica di liberare tutta la luce e la bellezza che Dio ha deposto in noi……La preghiera rende più limpido il volto, ti rende più te stesso, perché ti mette in contatto con quella parte di divino che compone la tua identità umana…….” (Ermes Ronchi)

2) Non mancano nella nostra vita i momenti di luce, dono del Signore. Ad essi ci riporta la memoria specialmente quando il buio ci avvolge. I momenti di luce sono come i piloni del ponte che Dio getta tra lui e noi, perché la campata si regga nei tratti a strapiombo, quelli che corrispondono al buio e alla desolazione. Credere a Dio è offrirGli la sponda su cui Egli possa poggiare il ponte che getta verso l’uomo.  



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