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Pubblicato in data 23/3/2019 ● Articolo consultato 96 volte ● Archivio 11320 FPW

Milano
"Vedremo se porterà frutti per l’avvenire" (Lc 13,1-9)


Ileana Mortari ● FUORI PORTA WEB © 2000-2018

Nel rito romano la liturgia quaresimale privilegia, in ogni anno del ciclo triennale, una particolare tematica; l’anno C è imperniato sulla conversione-penitenza, argomento centrale della pericope odierna, che prende spunto da due fatti di cronaca realmente accaduti al tempo di Gesù e di cui si ha notizia solo grazie al 3° vangelo.

Riguardo al primo avvenimento, pare che - secondo lo storico ebreo Giuseppe Flavio – intorno al 35 d. Cr. sotto il dominio romano ci fosse stata un’insurrezione e alcuni si fossero rifugiati nel tempio ritenendosi al sicuro. Invece i Romani entrarono e li uccisero, proprio mentre si stava facendo il sacrificio rituale.
Secondo un’altra ipotesi, Pilato fece massacrare un gruppo di pellegrini galilei (probabili simpatizzanti del movimento zelota), mentre sacrificavano i loro agnelli, forse in occasione della Pasqua, quando anche i laici partecipavano ai sacrifici nel tempio. Tremenda fu l’impressione per questa strage avvenuta in un luogo religioso, anche perché il sangue delle vittime si era mescolato a quello dei sacrifici, profanando nel modo più grave e offensivo uno spazio sacro destinato al culto e durante un rito liturgico.

I connazionali avevano dato alla morte violenta dei galilei la seguente spiegazione: Dio è giusto e, se ha punito quelle persone con la morte, vuol dire che essi erano peccatori; secondo una nota regola ebraica, “non c’è castigo senza colpa”. Era diffusa la credenza popolare secondo cui ogni disgrazia è conseguenza e pena di determinati peccati. E' un modo di pensare che esiste tuttora perchè evidentemente fa comodo e tranquillizza la coscienza: questo male a me non è accaduto; quindi sono a posto.

Tale valutazione aveva alla base una concezione “teologica”. Infatti, secondo alcune correnti religiose del giudaismo, molto presenti anche al tempo di Gesù (cfr. Gv.9,2 sul cieco nato), la malattia e la morte violenta erano considerate come una punizione che Dio infliggeva per i peccati commessi, che soltanto lui conosceva. Più in generale sventure e dolori erano un castigo legato al peccato. Il rabbino Ammi insegnava: “Non c’è morte senza peccato, né sofferenza senza colpa”. Ancora oggi c’è chi ama vedere nelle disgrazie il “dito di Dio giudice”.

Gesù non condivide affatto simile spiegazione, né condanna il potere oppressivo e tirannico dei Romani capaci di tanta repressione e brutalità (come forse si aspettavano i suoi interlocutori), non guarda al passato per stabilire colpe e colpevoli, ma invita a guardare avanti e coglie l’occasione per dare un insegnamento sul giudizio di Dio: la disgrazia caduta sui galilei è il segno del giudizio che incombe su tutti gli uomini (perché tutti sono peccatori), a meno che non si convertano.
Dunque il male che è nel mondo e nell’uomo deve diventare motivo e occasione di revisione di vita e di conversione. E l’essere scampati alla strage non è sintomo di innocenza, ma piuttosto una “tregua”, una possibilità ulteriore che ci è data per convertirci.

Poi Gesù stesso prende l’iniziativa di commentare un altro fatto. Cause imprecisate fanno crollare la torre di Siloe (un’opera difensiva che si trovava nella cinta muraria a sud-est di Gerusalemme, accanto alla sorgente di Siloe) e ben diciotto persone muoiono schiacciate dalle pietre. Anche in questo caso – osserva il Maestro – le vittime non erano certo più colpevoli degli altri abitanti della città.

“No, io vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo” (v.5). Queste minacce di stampo profetico, ripetute una seconda volta, vogliono far capire a chi ascolta che tutti sono peccatori e che tutti indistintamente hanno bisogno di conversione, una conversione urgente, non rimandabile, alla quale il Signore invita in modo solenne e autorevole (“io vi dico” – vv.3 e 5). Non ci sono garanzie sulla storia futura, la nostra vita può cessare da un momento all’altro: per questo è bene non rimandare la conversione.

Parrebbe questo un discorso duro e perentorio, in cui prevale il volto corrucciato di Dio. Ma Luca, l’ “evangelista del perdono e della misericordia”, si affretta ad aggiungere alle parole di minaccia la parabola del fico sterile, che nel terzo vangelo ha collocazione e contenuti diversi rispetto ai sinottici, e che consente di approfondire il tema del giudizio divino. Quest’ultimo si abbatte inesorabilmente su coloro che non si convertono; ma l’intenzione più profonda, l’intenzione originaria di Dio è che ”Egli non vuole la morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva” (Ez.33,11)

Di qui la parabola del fico infruttuoso. Il fico è noto simbolo anticotestamentario del popolo di Israele e il primo significato del testo è: Dio stigmatizza la condotta del popolo ebraico e la sottopone a giudizio, in quanto esso non ha saputo riconoscere e cogliere nella presenza di Gesù il dono che il Padre gli faceva; nei “tre anni di sterilità”, che evidentemente alludono al tempo del ministero del Messia, Israele non ha saputo cogliere il tempo opportuno a lui riservato.

Tuttavia il vignaiolo-Dio (cfr. Gv.15,1: “il Padre mio è l’agricoltore”) vuole concedere ancora del tempo per dare frutto; non solo, ma Egli si preoccupa di zappargli intorno, lavorare il terreno, mettergli il concime; cioè, fuor di metafora: Dio offre ancora una possibilità al suo popolo e, più in generale, si prende cura come nessuno di ciascuno di noi, “perde tempo per noi”, fa di tutto per portarci a fruttificare. Egli è un Dio paziente che lavora la zolla della nostra esistenza e spera sempre di raccogliere qualche frutto.

Ritroviamo in questi versetti l’esperienza dell’attesa, che attraversa tutto il Vangelo di Luca.
Un’attesa che contiene il valore della pazienza, della capacità di guardare sempre oltre i limiti e le apparenti sconfitte della vita, così da riscoprire una possibilità di salvezza per tutti.

CONVERSIONE è dunque la parola d’ordine del testo odierno: nell’originale greco (“metànoia”) indica il “cambiare mentalità”, scelte, giudizio, decisioni.
Convertirsi è passare dal modo di pensare e di agire proprio di chi è condizionato dal mondo, a un modo di pensare, agire, comportarsi guidato da Cristo e dal suo vangelo. Convertirsi è lasciare che il Vangelo entri nella propria vita così che, passo dopo passo, possa occupare tutta la nostra esistenza.

La QUARESIMA è il tempo più propizio, che la Chiesa, davvero Madre, ci offre ogni anno per fare la revisione della nostra vita, interrogarci alla luce della Parola, riprendere o intensificare il dialogo con il Signore. Magari ci accorgiamo di non aver prodotto molti frutti, di aver perso o sprecato del tempo; ma il Vangelo di oggi ci rincuora non poco. Basta che lo vogliamo, abbiamo sempre al nostro fianco quel Dio-agricoltore che ci aiuta a dissodare il nostro terreno e, se saremo davvero in comunione con Lui, i frutti non mancheranno! E, come il vignaiolo della parabola, quando scopriamo che un fratello assomiglia al fico infruttuoso, sappiamo attivarci in suo favore?  



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