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 Guglionesi 
Il disagio dell’abbondanza


Arcangelo Pretore
Pubblicato in data 20/7/2020 ● FUORI PORTA WEB © 2000

Viviamo la nostra contemporaneità immersi in mondo di cose : macchine , oggetti di sicura utilità insieme a una straripante cianfrusaglia di ninnoli ; questi ultimi acquistati o avuti in regalo, ormai , superati dalla nostra esistenza che nel frattempo , nei loro confronti, si è portata avanti e, li ha irrimediabilmente datati , relegandoli nell’indifferenza , peggio,nell’oblio . Spesso nelle nostre case ,soprattutto quando restiamo soli, siamo gli unici viventi insieme a qualche disadattata pianta d’appartamento che, patetica , fa tanto fuori ambiente , abitiamo in stanze in cui gli spazi vengono occupati con immobile geometria dalle cose. Alcuni apparecchi domestici,come la tv , il computer vengono virtualmente ”vivificati “ a comando : strumenti che assottigliano le persone , gli ambienti nella loro, ad oggi, tecnicamente insuperata bidimensione .Sullo schermo si materializzano personaggi che in tv o su altri canali virtuali , da consumati “ animali da palcoscenico”, recitano la loro parte di fantasmagorici simulacri di viventi altrove ( spesso, specie nel giorno del trapasso, di personaggi noti è d’obbligo , poiché la necrofilia fa audience , che gli stessi vengano virtualmente richiamate in vita , benché decedute ! ) che noi abitudinari fruitori dei media con un clic del telecomando accogliamo in casa , interfacciando sullo schermo il loro ambiente remoto che, comunque , pur materializzandosi presso di noi , non appartiene alla nostra realtà circostante , l’unica che possiamo percepire e controllare direttamente .Oppure, capita , utilizzando le attuali tecnologie informatiche , quando leggiamo una pagina web o scriviamo su un foglio elettronico o su qualsiasi altro similare supporto , di ricondurci alla”Galassia Gutemberg” della pagina stampata la cui anteprima preparatoria altro non è che il foglio bianco elettronico su cui ( avendo superato, in quanto desueta , la nostra personale non omologata né omologabile calligrafia ) squaderniamo i nostri pensieri , le nostre narrazioni che , complice l’occulta stamperia di programma , come fossimo in tipografia , realizza la pagina omologata traendo le lettere, i segni di interpunzione , il carattere prescelto e quant’altro possa migliorare il testo, dalle caselle della sua strabiliante memoria in cui il programma di scrittura li ha confinati . Sperimentiamo, invece , un’animazione domestica più realistica quando, premendo un pulsante, avviamo un elettrodomestico : lavatrice, lavastoviglie… semirobot , che essendo a nostro servizio svolgono una funzione specifica : lavare , strizzare i panni, lavare le stoviglie :attività in passato defaticanti e noiose che oggi affidate alla macchina non impegnano più di tanto il lavoro casalingo ; lavori domestici che oggi le macchine svolgono con precisione , senza sbuffare, senza distrarsi, senza stancarsi e , soprattutto senza ribellarsi o schifarsi nel dover trattare lo sporco degli indumenti o i residui di cibo delle stoviglie. Tuttavia, la maggior parte della costellazione di oggetti che strutturano il nostro ambiente di vita domestica sono inerti ; alcuni sono utili , anzi indispensabili nella nostra abitudinaria riproduzione del quotidiano : lo sono le stoviglie , le posate, i capi di vestiario ; altri oggetti effimeri vanno ad ingrossare la collezione degli oggetti inutili, che per vanità , per futilità spesso sovrabbondano nelle nostre case. Dopotutto ci piace circondarci di cose , soprattutto quando l’abitazione è di proprietà , poiché gli oggetti che vi prendono posto , rappresentano la nostra personale o famigliare propriètà privata diffusa ; sono parte integrante della nostra cultura materiale di prossimità ; e, se qualcuno, estraneo ,li asporta , è segno che li ruba ed è denunciabile per furto. E, tanto per fissare un periodo storico in cui le mura delle stanze delle case si arricchiscono di mobilio dando avvio alla ordinaria oggi consueta necessità di arredare le case e allo stesso tempo differenziare le funzioni dei diversi ambienti dell’abitazione A tal riguardo è utile richiamare, quanto scritto dallo storico John Hale nel testo pubblicato nel ’94 :”.Civiltà del Rinascimento in Europa” : “all’inizio del 1600 , in Olanda , in Inghilterra e in Francia ci fu una richiesta senza precedenti di scrittoi , tavoli, credenze ,scaffali ed armadi, tutti oggetti adatti a contenere e ad esibire le nuove merci acquistate “.E , tra le tante cose stipate nei nostri mobili , come farò più avanti , intendo focalizzare l’attenzione sul vestiario, ciò almeno per due motivi . Il primo è d’ordine quantitativo ; poiché i vestiti riempiendo a volte a dismisura gli armadi , occupano uno spazio di rilievo nelle nostre case ; il secondo è d’ordine qualitativo poiché gli indumenti , come fossero una seconda pelle , vestono per buona parte il corpo e rappresentano il primo veicolo ,forse quello più importante, della comunicazione interpersonale e sociale . E’ perfino ovvio qui rilevare , come gli indumenti , le calzature , le posate ., le fiamme libere dei fornelli per la cottura dei cibi , storicamente , in quanto specie “sapiens” ci hanno fatto uscire dallo stato di natura accompagnando il lento processo di civilizzazione ( e di socializzazione), inaugurando , soprattutto a tavola, anche un galateo, spesso ignorato, nei nostri comportamenti reciproci rispetto all’uso domestico degli oggetti di servizio più comuni . Tuttavia , altri oggetti , tanti, ne prendiamo atto, non hanno alcuna funzione d’uso quotidiano. Li abbiamo acquistati oppure li abbiamo avuti in regalo perché la loro presenza . in senso lato, potesse direttamente o indirettamente contribuire a fare status sociale : librerie , soprammobili, collezioni musicali, qualche scampolo d’arte , ninnoli vari , possono gratificarci e soddisfare la nostra vanità o , perché così ci hanno detto, ma spesso poiché tali li riteniamo , sono oramai complementi di arredo. Se pocanzi ho citato le posate come segno di incivilimento l’ho fatto per alcune anche in ragione della loro ambivalenza ; la forchetta è utile per sminuzzare il cibo, per prelevarlo dal piatto e, quando non ci si riesce , specie nel tranciare la carne , ci si aiuta con il coltello : una posata che spinge al massimo la sua ambiguità, derivando il coltello da un arma da taglio ( tant’è vero che quando il coltello viene ”posato” sulla tavola imbandita ( con le altre posate) vicino al piatto del commensale deve avere il taglio rivolto verso il piatto, non all’esterno, poiché, rivolgerlo verso il vicino commensale potrebbe avere un significato aggressivo ( richiamo questa nota poiché nel Medioevo era facile che le risse, complice qualche bicchiere di vino di troppo, scoppiassero sopratutto a tavola e, quella che in una situazione di convivialità doveva essere un’utile posata di servizio con una certa frequenza veniva utilizzata per accoltellare il commensale ). Tra l’altro, nel nostro ignorato Molise, scarso di attrattive di rilievo , si è mitizzata la transumanza: cavalli, cavalieri…( senza dame! ) , spesso trascurando le condizioni di vita materiali quotidiane dei veri custodi del gregge : i pastori , per alcuni mesi regrediti all’antica pastorizia nomade . I pastori transumanti avevano spesso solo il coltello con sé (spesso, a serramanico) e con questo, quando bivaccavano per consumare il loro pasto frugale , in alternativa alle altre posate , con il coltello tagliavano e poi infilzavano i pezzi di formaggio o d’altro, potandosi il cibo alla bocca con il rischio sempre incombente di tagliuzzarsi le labbra, di procurarsi delle infezioni … ( a tener conto del galateo è segno di scarsa costumanza il portarsi il cibo in bocca con il coltello).. i Cinesi , di temperamento più pacifico di noi Occidentali , da tempi remoti hanno risolto alla radice il problema dell’uso improprio del coltello: prendono il cibo utilizzando le loro classiche bacchette ... E, tornando all’oggi , vediamo nelle nostre case ormai consolidato e diffuso l’arredo a suo tempo d’élite nei paesi europei Settentrionali E, volendo meglio e più focalizzare la nostra attenzione sul vestiario è facile osservare come oggi ogni abitazione in genere possiede un arredo più o meno standardizzato in cui trovano posto, esibiti o discretamente celati gli oggetti più disparati; tra questi i capi di vestiario, stipati negli armadi, armadietti, bauli, occupano lo spazio maggiore . Perché ? E’ facile rispondere : in primis per motivi relativi all’alternanza delle stagioni che attraverso il loro ciclico ritorno richiedono di anno in anno un similare vestiario¸ e, in modo non secondario esplicano la loro funzione narrante ; infatti quando i vestiti dei componenti della famiglia vengono conservati e quando ci capitano sottomano raccontano la biostoria personale dei componenti della stessa , come e meglio delle fotografie ; fanno parte della cultura individuale di ciascuno di noi ; anche quando non vengono indossati . Gli indumenti , si sottraggono alla “precisina” schiacciata e patinata dimensione della fotografia poiché irrompono nel nostro immaginario presente con la loro certa materialità . E , se abbiamo avuto cura nel conservare gli abiti smessi, ci danno conto del nostro passato:l’abituccio bianco del battesimo , che fa tanta tenerezza rivedere , il vestito della prima comunione , il vestito con cui ci si è sposati, la veste da sposa, , il pantalone a zampa d’elefante alla Celentano , le sfarzose camicie pop , il vestito di velluto nero con cui mi sono laureato. Ho citato, en passant, alcuni capi di vestiario di cui ho memoria certa per mettere in evidenza come gli stessi raccontano meglio di altri oggetti le età della nostra vita.. Disfarsene , a volte può assumere il significato di mortificare la giusta nostalgia per un passato, gioioso o triste che sia stato, comunque irrevocabilmente non cancellabile ( poiché è accaduto, sarà per sempre). Gli abiti,seppure ingombranti e oggi magari desueti , poiché ad un tempo li abbiamo indossati in un tempo passato rappresentano la nostra cronistoria , le diverse “maschere sociali” con cui ci siamo presentati agli altri , pertanto non sono riconducibili solo ad un canone estetico personale , bensì ,come si accennava pocanzi , anche sociale., E’ormai consolidata l’usanza di conferire gli abiti smessi negli appositi contenitori per la raccolta differenziata . Gli abiti usati raccolti, dopo essere stati selezionati ,spesso, hanno una seconda vita nel mercato dell’usato . Si può essere personalmente soddisfatti di tale virtuosa modalità di riciclo poiché è eticamente altruistico il pensare che i capi di vestiario smessi, se sono stati ben tenuti, non vanno al macero , ma possono essere ancora “portati” da altre anonime persone , in altri luoghi in altre geografie, spostando più in avanti la loro utilità. La dismissione degli effetti personali, in ragione della loro maggiore consistenza , rispetto al conferimento occasionali di oggetti di cui ci vuol liberare , sembra oggi assume una connotazione purtroppo dolente , alla dipartita di un proprio caro . Si è presi , dopo la dipartita di un congiunto “ stretto” , da una specie di rimozione del lutto e, per un malinteso altruismo di circostanza ci si profonde in affrettate regalie o spartizioni di cose appartenute al defunto, quasi a voler conservare una sua memoria purificata dalla contaminante e ruvida materialità dovuta all’appartenenza .Ciò ,tuttavia pone il problema di come coniugare la sovrabbondanza delle cose di cui circondiamo con la nostra biostoricità , che per esser tale non può non tener conto di quella dei nostri congiunti più prossimi che , per età per altro ci hanno lasciati . I vestiti oggi , passati di moda o semplicemente passati , riepilogano le età della nostra crescita e, quando, raggiunta la dimensione di specie ( vent’anni, vent’uno ; poi , nell’età adulta, purtroppo , ci si può solo abbassare di un filino all’anno !) abbiamo bisogno di indossare taglie via via più “ forti” : ¸è segno che essendo aumentata la pinguedine, siamo ingrassati , come dire , diventiamo sovrabbondanti, come lo diventano le collezioni di capi di vestiario che non riusciamo più ad indossare o che vezzosamente dismettiamo perché li riteniamo” fuori moda “ ( la moda, riferita ad un capo di vestiario è un parametro statistico che raggruppa la classe di oggetti che appartiene alla maggior parte delle persone , quella più frequente ; pertanto, “essere alla moda “ è tutt’altro che un distinguo è altresì un segno di conformismo ; altra cosa è l’ Alta moda : un settore economicamente molto redditizio che confeziona e mette in passerella pochi capi di vestiario per l’élite che se li può permettere ) . E , poiché siamo destinati a convivere con le nostre cose ( dopotutto le abbiamo acquistate! ) sarebbe opportuno trovare un accettabile equilibrio tra la loro utilità , la loro capacità di narrazione dei nostri percorsi di vita, non escludendo un loro possibile riciclo ( la loro seconda vita) quando le cose ingombrano e diventano sovrabbondanti .A conclusione di questo scritto ,per me inusuale, mi piace riprendere una citazione tratta dalla Prolusione scritta per il conferimento del premio Nobel 2018-19 per la letteratura alla scrittrice polacca Olga Tokarczuk : “ Non ci accorgiamo che il mondo diventa una collezione di oggetti e di eventi , uno spazio morto in cui ci muoviamo soli e smarriti , sbatacchiati qui e là dalle decisioni di qualcun altro , soggetti ad un destino incomprensibile ,con la sensazione di essere un giocattolo nelle mani delle grandi forze della storia e del caso”.  


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