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 Guglionesi 
La cultura, il potere e l'ignoranza


Mario Vaccaro
Pubblicato in data 18/3/2013 ● FUORI PORTA WEB © 2000

Il titolo è un personale tributo a “Il buono, il brutto e il cattivo” dell’immenso Sergio Leone, il terzo dei capolavori della cd. “trilogia del dollaro”, in cui il regista ebbe modo, nonostante i modesti budget messi a sua disposizione, di mostrare agli americani come i western di John Ford fossero retorici e noiosi. Impartì loro una lezione a 360°, dacché la sua innovazione riguardò sia lo stile (per i particolari chiedere a Tarantino) che, dato ancor più interessante, i contenuti: il nostro tratteggiò abilmente la società americana, operando nel contempo una severa critica a quel modello - pilastro di quel processo di colonialismo culturale avviato nell’immediato dopoguerra - tuttora noto come “sogno americano”. Il filo conduttore dei western, magnificamente trasposto nell’epoca del proibizionismo di “C’era una volta in America”, è il medesimo: superando la retorica degli opposti cattivo-buono, vestiti rispettivamente di nero e di bianco, Leone accomunava entrambi i personaggi nel perseguimento dell’identico scopo, ovvero conseguire il denaro/potere a costo di ricorrere alla violenza (per i particolari chiedere a paesi arabi e sudamericani).
“Tutto questo per dire che cosa?” … si chiederà l’interdetto lettore … già, la morale. Difatti non è un corso di cinema che intendevo inaugurare, non avendo al riguardo abilitazione alcuna se non quella di fornire uno spunto per una riflessione: le righe suestese descrivono uno dei tanti esempi in cui la cultura assolve scopi didascalici o didattici che dir si voglia. Ed infatti il lavoro artistico di Leone assume un chiaro valore di denuncia, giungendo ad evidenziare un ulteriore scopo: assegnare alla cultura la posizione di principale antagonista del potere. L’interdetto di prima si chiederà dove voglio arrivare … semplice, all’attuale situazione italiana, in cui si è assistito ad un’esplicita dichiarazione di guerra da parte del potere nei confronti della cultura.
Non so se è evidente a tutti, ma il berlusconismo è sceso in campo tanto contro la magistratura, quanto contro la cultura. Se la guerra nei confronti della prima è ancora in corso, il risultato elettorale ultimo è la dimostrazione lampante che la seconda l’ha stravinta. Per evitare d’essere scurrile, commenterò usando un’iperbole: nel paese dei pazzi sono i sani di mente a stare in manicomio. Tra i suoi elettori vi sono molti esponenti della medio-alta borghesia persuasi che sia un loro interesse votarlo, per continuare a vivere in quel “Paese dei furbetti” in cui si trovano a meraviglia: i peggiori idioti sono proprio quelli che si credono furbi non essendolo affatto … giacché se è vero che col loro denaro potranno ovviare alla fatiscenza dei servizi, ai loro figli che Paese lasceranno in eredità? Sono, tali scelte, dettate dalla medesima ignoranza che ispira quei camorristi che avvelenano le stesse terre in cui vivono (solo i virus si comportano così … vedi Matrix). L’ignoranza qui risiede nella distorta percezione che gli uni e gli altri mostrano di avere circa la qualità della vita, che credono essere proporzionale alla quantità di denaro/potere in loro possesso.
La cultura assurge al ruolo di nemica del potere dacché l’attuazione concreta della democrazia è direttamente proporzionale al livello culturale dei suoi cittadini, desumibile dalla qualità dei media. Le élite che detengono il potere economico si servono di quello politico per accrescere la loro egemonia. Questo processo implica la sostituzione dei poteri forti al popolo quale destinatario nel cui interesse si persegue l’azione amministrativa … et voilà, si trasforma in oligarchia una democrazia rimasta tale solo nelle intenzioni dei costituenti. Per la riuscita di questo esercizio di illusionismo bisogna indurre nella mente del popolo uno stato di suggestione, e per tale inganno innanzitutto si fa il possibile per contrastare lo sviluppo della cultura: tagli alle scuole pubbliche (e nel contempo si assegnano risorse alle private, cioè le cattoliche – un vaffa a D’Alema che fu il primo - in barba al “senza oneri per lo Stato” dell’art. 33 Cost.) e alla cultura in generale.
L’ignoranza, che non si misura tanto dal livello d’istruzione scolastica quanto dall’atteggiamento mentale che si mette in mostra quale approccio alla soluzione dei problemi, è come la pietra filosofale, ma consegue opposti risultati: trasforma in merda tutto ciò che tocca. Questo è in prevalenza l’ingrediente di cui sono fatte TV e stampa, entrambe vassalli dei potenti, la cui funzione è completare il lavoro di cui sopra, ovvero plasmare la mente dell’italiano medio, che è un terreno dissodato in cui seminare le idee che si desidera inculcare.
Ed è nel suo incontro/scontro con la diversità che l’ignoranza genera un effetto deflagrante. Il fattore diversità rappresenta l’autentica cartina di tornasole capace di evidenziare l’evoluzione culturale d’un popolo, misurabile dal grado di attitudine a dar vita ad un approccio di apertura verso quanto si palesi alieno rispetto alla propria cultura (le moderne democrazie si definiscono pluraliste per la tutela accordata alle minoranze d’ogni sorta). Il terreno più fertile in cui è possibile attuare un’evoluzione è proprio quello in cui avviene il confronto e la conseguente sintesi di più culture (l’Italia medievale, terreno di conquista di popoli provenienti da ogni dove, è stata un esemplare laboratorio): di certo è il contrasto dinamico e non la staticità/isolamento a caratterizzare il fattore cultura, consentendo a chi si fa interprete della stessa di “generare”.
Solo mostrando di essere in possesso di strumenti culturali aggiornati le nuove generazioni potranno attuare quello sviluppo culturale che le renda adeguate alle esigenze della contemporaneità, interpreti della stessa, anzi protagoniste (perseguendo quel destino imposto loro dal nome … nomen omen). Quando al contrario è l’ignoranza, il vuoto culturale a stare al timone del Paese, navighiamo nell’incertezza: quel senso di inadeguatezza, che già rappresenta una costante dei nostri tempi caratterizzati da una brusca accelerazione nel campo della tecnica, a cui non corrisponde un adeguato sviluppo culturale, finisce per aggravarsi. La questione dell’adeguatezza in Italia neppure si pone; il nostro “non è un paese per giovani”, avendo in ogni settore del potere la classe dirigente più vecchia d’Europa e, riguardo alla politica, resta la pratica invalsa di farla diventare una carriera fino a superare la soglia pensionabile.
Ed infatti come potremmo essere pronti alle sfide del futuro se non riusciamo a risolvere vecchie questioni come razzismo, intolleranza, maschilismo ecc., in cui lasciamo che a guidarci siano ancora i pregiudizi? In un normale processo dialettico si opera un confronto tra i differenti punti di vista, dalla cui sintesi emerge un giudizio … ma è operazione che costa fatica, meglio scegliere un giudizio preformulato da altri, ovvero quei semi di TV e stampa che lasciamo attecchire, senza verificare se siano piante infestanti quelle che germineranno.
Dunque non riusciamo a fornire adeguate risposte dacché non siamo in grado di comprendere le relative domande, che sono speculari ad un sistema di valori non annoverato nel ristretto ambito culturale che i nostri animi sono usi frequentare. Questa moderna propensione all’ignoranza ha tuttavia una matrice diversa da quella con cui i nostri avi si sono dovuti confrontare: quell’accesso alle fonti culturali una volta esclusivo di un’élite di persone, da mezzo secolo è generalizzato. Anzi, paradossalmente è la replicazione esponenziale delle fonti a sollevare problemi riguardanti la necessità di possedere una maggiore capacità critica per condurre corrette analisi e giungere a valide deduzioni. Se occorre dunque “processare” molti dati, è tuttavia indubbio che soffriamo d’una pigrizia mentale indotta ed alimentata dal potere, impersonato da “cattivi maestri” che usano all’uopo un’antica ricetta dei Romani, “panem et circenses”.
L’illusionismo prevede infatti, per la riuscita dell’esercizio, la distrazione del pubblico: in questo la TV è riuscita egregiamente, considerata la qualità dei giochi propinatici, via via sempre più scadente. Anche quest’aspetto fornisce le dimensioni del declino culturale, laddove il grande successo dei nazional-popolari Fiorello-Zalone non trova corrispondenza alcuna con autori per palati più fini. Abbiamo geni come Bergonzoni, Ovadia, Luttazzi e Rezza … da cercare su Youtube! Eppure l’ironia è uno degli strumenti culturali più potenti a nostra disposizione – di quelli che hanno consentito di autocertificarci doppiamente sapiens - che ci consente di ridimensionare le miserie della condizione umana di cui tanto si crucciava Amleto: tal nonsochi la definiva come “la manifestazione della superiorità dell’uomo su ciò che gli accade”.
Ma è la cultura in generale a farci vivere meglio, oltre naturalmente al denaro: nella percezione che ne abbiamo, la vita non è che una successione di stati d’animo indotti dall’alterna fortuna, spesso determinata dalla bontà delle nostre scelte; la cultura ci consente di compierle con consapevolezza, è un ausilio per non sbagliare. Fare affidamento su decisioni altrui è indubbiamente più rilassante ma … “che famo, famo a fidasse?”.  

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