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 Campobasso 
Il populismo e la buona politica: i problemi complessi non si risolvono con gli slogan


Sergio Sorella
Pubblicato in data 14/10/2014 ● FUORI PORTA WEB © 2000

Strano paese il nostro, nel quale si fa a gara a rimuovere il passato. In ambito nazionale sentiamo ogni giorno dire dai nuovi governanti (eletti da chi?) che bisogna cambiare tutto, perché vecchio e compromesso. Stesso discorso in Molise dove i nuovi governanti, dimenticando la loro provenienza, richiamano sempre a responsabilità di altri e mai alle proprie. Tra i cittadini, in tanti ci si affida al messia di turno, senza fare i conti con la storia e dunque anche con il contributo dato da ciascuno per modificare lo stato di cose esistente. Manca l’etica della responsabilità e del controllo democratico sulle decisioni prese.

In queste settimane si sta sviluppando sia in abito nazionale che in quello regionale, un fuoco incrociato sul ruolo dei sindacati, sulla loro marginalità, sul fatto che non rappresenterebbero i giovani ed i precari e sulla loro sostanziale inutilità. Nel dibattito, ovviamente approssimato e fatto solo di luoghi comuni, non si analizzano le funzioni, ma genericamente si ritiene i sindacati responsabili, al pari della politica, dell’attuale situazione di difficoltà in cui versa il nostro paese.

E’ un discorso vecchio: la generica condanna di tutti porta alla assoluzione di ciascuno. Più difficile è distinguere le responsabilità, graduandole in ragione di quanto fatto da ciascuno. Proviamo ad ampliare l’ambito entro il quale inserire, ad esempio, il ruolo del sindacato. La Costituzione repubblicana assegna ai sindacati funzioni importanti. Nell’art. 35 è scritto “La Repubblica promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.” L’Art. 36 stabilisce: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.” L’Art. 39 disciplina che l'organizzazione sindacale è libera. E che i sindacati: “Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.”

Tale ruolo è frutto di lotte e di conquiste a partire dalle prime leghe dei lavoratori di fine Ottocento per arrivare alla formazione del sindacalismo moderno con Di Vittorio e Pastore. I tempi sono cambi ed anche per il sindacato si aprono nuove sfide.

Oggi, in un periodo in cui vanno di moda gli slogan (ad esempio: riduciamo i diritti ed avremo più occupazione) e non le analisi supportate da riscontri obiettivi, si vorrebbe eliminare il ruolo di rappresentanza sociale (individuale e collettiva) del sindacato. Ma forse, più subdolamente, si vorrebbe un sindacato disposto a sottoscrivere qualsiasi cosa, indipendentemente dal contenuto, con ricatti e pressioni, com’è accaduto per il caso FIAT. A legislazione vigente ciò non è possibile. Ci sono leggi ed accordi che hanno bisogno, per districare i loro effetti, dei sindacati. Si pensi alla sottoscrizione della cassa integrazione, al ruolo delle commissioni INPS, agli enti bilaterali, alla contrattazione nazionale ed a quella integrativa. La lista è lunga. Dunque, se non è pensabile eliminare la rappresentanza sociale, l’azione che si sta portando avanti è quella di delegittimarla. Dire cioè che non serve o che si è tutti collusi con il potere. La solita semplificazione che lava le coscienze sporche.

A questi soloni della complessità si può rispondere in maniera semplice: entrate nelle sedi dei sindacati e vedrete quanta gente vi si rivolge per assistenza, tutela individuale, rivendicazione di diritti, volontà di migliorare il contesto nel quale lavora. Il ruolo di supplenza dello stato, delle sue inefficienze, della sua stressante burocrazia, del suo cattivo funzionamento, obbliga tanti lavoratori e pensionati a rivolgersi anche ai sindacati. Ad esempio, nelle sedi della FLC CGIL Molise sono arrivati nelle scorse settimane oltre 3.000 persone che volevano fare domanda per inserirsi nelle graduatorie di terza fascia d’istituto per il personale docente ed ATA, per chiedere un aiuto nella complessa compilazione dei moduli che prevedono conoscenze e competenze al di fuori dal comune. Ai governanti che non vogliono riconoscere il ruolo del sindacato chiediamo semplicemente: perché non snellite le procedure? A chi dice che il sindacato non rappresenterebbe i precari ricordiamo alcune cose. Avete letto le nostre proposte per superare il precariato? Avete visto quante iniziative abbiamo fatto sul tema? Sapete che oltre il 30% degli iscritti alla FLC CGIL Molise, è composto da personale precario? Ed infine, sempre a titolo d’esempio, a proposito della formazione professionale in regione. Da anni abbiamo chiesto di cambiare registro, di fare una legge regionale che contenga le competenze in ambito di istruzione e formazione professionale, impegnandoci con specifiche proposte di merito. Adesso, nel momento in cui i problemi si sono aggravati, si chiede di condividere percorsi fumosi senza prospettive.

La crisi è grave e le emergenze sono diffuse. I cittadini molisani non devono essere illusi con formule che rappresentano scatole vuote. Devono prendere in mano il loro destino, sapendo che a problemi complessi non si può rispondere con la banalizzazione; avendo chiaro che occorre esercitare il diritto di critica e di intervento, con la responsabilità che è propria di chi non delega ma vuole fare la propria parte non solo nella scelta di chi deve governare e del sindacato che deve rappresentarlo, ma anche nel vigilare costantemente che quanto promesso venga realizzato.

Questo comporta che anche il sindacato deve essere sempre più un soggetto attivo e propositivo, che non rincorre solo le emergenze, non si accontenta solo di essere invitato a tavoli concertativi, non fa interventi a difesa dello status quo, ma presenta proposte di merito, progetti concreti che tengano conto del contesto produttivo, interviene per dare il proprio contributo in situazioni obiettivamente complesse. Operazione difficile ma che in tanti casi si sta facendo.

Di fronte alla crisi occorre sparigliare il campo. Non bastano gli schemi classici per affrontarla. Bisogna pensare pure ad altri strumenti; lo ricorda anche la nostra Costituzione all’art. 46. “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.”

I cittadini hanno bisogno di una regione efficiente che funzioni e che garantisca i servizi pubblici, di amministratori pubblici che si assumano pienamente le loro responsabilità, di imprese che siano messe in condizioni di poter investire per assicurare crescita e sviluppo e di sindacati che rappresentino i diritti costituzionali di chi un lavoro lo cerca e di chi lo ha trovato. Smarcarsi dal proprio fardello di oneri non fa fare al Molise alcun passo avanti.  


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