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Pubblicato in data 6/11/2014 ● Articolo consultato 669 volte ● Archivio 8403 FPW

Guglionesi
L’anima dell’abitare, la comunità come avventura


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[di Mario Botta | Luoghi dell'Infinito (Avvenire) - Settembre 2014]

La città come oggi la conosciamo – dal Neolitico al post-terziario – è indubbio che rappresenti la forma di aggregazione di uomini più bella, più flessibile e più intelligente che la storia abbia saputo realizzare. Non esistono modelli alternativi che attraverso la loro stratificazione nel tempo abbiano raggiunto una tale organizzazione funzionale e formale in grado di rispondere alle attese dell’uomo. La città è la nostra casa collettiva, il luogo fisico di comunicazione per eccellenza e nel contempo il luogo dell’anonimato più spinto; il luogo dove è possibile percepire attraverso l’organizzazione fisica degli spazi la memoria della nostra stessa identità.

Nelle sue configurazioni strettamente legate alle morfologie dei differenti territori, il tessuto urbano testimonia del nostro vivere collettivo, delle nostre istituzioni civili e religiose, delle nostre speranze. La meraviglia che ogni volta proviamo dentro i tessuti costruiti è segno del nostro riconoscere le espressioni della storia, nelle quali diviene possibile identificarci come parti (infinitesimamente piccole) di un’avventura che ha coinvolto l’intera umanità.

Nel vagabondare dentro i vicoli del tessuto costruito si avvera di tanto in tanto l’improvvisa scoperta di una piazza offerta al nostro sguardo senza che l’avessimo cercata, un tesoro di storia e di affezione capace di richiamare allo splendore di un passato che indirettamente ci appartiene. È la pluralità dei modelli di vita dentro al continuo scorrere del tempo che inconsciamente ci affascina con quelle testimonianze di pietra che nei secoli hanno trasformato una condizione di natura in una condizione di cultura. In quest’ottica la città può essere interpretata come uno strumento di comunicazione raffinato e complesso in grado di farci riscoprire il nostro essere partecipi di una comunità.

Ancora oggi, pur all’interno delle contraddizioni del vivere una condizione globale che opera nel locale, della città ci affascina la complessità del suo centro storico, la sua stratificazione, la sua densità di esperienze e di memorie in grado di riemergere poi attraverso inaspettati segnali e confluire poco dopo nella precarietà delle sue frange periferiche (specchio impietoso e veritiero del gran correre di ogni giorno).

Nelle configurazioni del volto urbano trasmesse a noi dalla storia, talvolta stravolte dai cambiamenti ai quali abbiamo assistito impotenti negli ultimi decenni, si conserva una cifra espressiva propria di una identità reale alla quale siamo chiamati a costante confronto.

L’inevitabile fruizione di esperienze che si alternano fra nucleo storico e periferie, fra centro e limite, diviene ormai la condizione di un nuovo territorio al quale fare riferimento. La città, in particolare nei modelli offerti dalla cultura europea (per noi più intensi di quelli proposti da quella nordamericana o asiatica), nonostante le recenti alterazioni resta ancora oggi una rete complessa e variabile di tracciati incrociati, di relazioni possibili e nascoste che si offrono senza fine come paesaggi da esplorare dentro l’esperienza quotidiana. Il fascino di un confronto che si avvale di modelli reali può accrescere la consapevolezza di condividere la vita e il lavoro di altri uomini e trasformarsi in possibile arricchimento.

In tal senso la città fisica è carica di valori simbolici. In una società attraversata dalla globalizzazione, la ricerca della propria identità passa necessariamente attraverso il senso di appartenenza a un territorio, la riconoscibilità di un paesaggio e il rapporto con la città che consideriamo come parte della nostra memoria.

I luoghi fisici continuano ad affascinarci semplicemente perché sanno parlare di altri uomini.  



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