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 Milano 
“Dio ha visitato il suo popolo”


Ileana Mortari
Pubblicato in data 4/6/2016 ● FUORI PORTA WEB © 2000

L’episodio di resurrezione narrato nella pericope odierna si trova solo in Luca, che lo attinge da una tradizione della comunità giudeo-cristiana di Palestina, o forse è uno di quei fatti che lui stesso ha scoperto direttamente con le sue indagini personali di cui parla nel Prologo (cfr. Lc.1,3); egli lo inserisce nella narrazione evangelica con una funzione precisa: preparare la risposta di Gesù agli inviati del Battista, che lo interpelleranno nell’episodio immediatamente successivo di Lc.7,18-23: “………riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano…..”; cioè: sotto i vostri occhi si sono realizzate le profezie messianiche di Isaia 26 e 35.

La resurrezione del giovinetto è un fatto quasi certamente storico, come si evince dal nome della località di Nain, villaggio nei pressi di Nazaret e Cafarnao. Ma nello stesso tempo è evidente che il racconto è esemplato su quello di due analoghi miracoli compiuti dai profeti Elia (1°Re 17,17-24) ed Eliseo (2°Re 4,32-37): il primo resuscita il figlio di una vedova di Zarepta; il secondo il figlio di una donna Sunamita. Ci sono palesi analogie, ma non mancano radicali differenze, come vedremo.

Alle porte di Naim un corteo funebre sta uscendo dalla città per andare al luogo della sepoltura: si tratta di un giovane e l’attenzione del narratore si dirige subito e principalmente alla madre; è una vedova, ora ha perso anche il suo unico figlio e quindi – come accadeva allora nella società ebraica - rimane completamente senza protezione e senza appoggio giuridico ed economico, destinata ad elemosinare per non morire di stenti. E’ a questa donna che Gesù si rivolge. Per la prima e unica volta Luca dice che il Maestro è profondamente commosso (letteralmente: “si commosse nelle sue viscere”, cioè fremette nella sua parte più intima), per l’estrema infelicità di lei: Gesù ha una reazione pienamente solidale, perché comprende dall’interno lo strazio di una madre che segue la salma del suo unico figlio; Egli si fa prossimo al dolore umano e gli offre consolazione, senza neppure esserne richiesto.

v.13 b “il Signore fu preso da grande compassione”
E’ la prima volta che Gesù viene chiamato “il Signore” (greco: ‘o Kyrios) – titolo fino a quel momento riservato solo a Jahvè - dall’evangelista Luca. L’appellativo normalmente descrive la condizione gloriosa di Gesù, la sua trascendenza e la sua signoria sull’umanità, indica il Cristo vincitore della morte, che siede alla destra del Padre. In questo caso esso annuncia la sua azione potente e autorevole che avrà come effetto non solo un miracolo, ma una “resurrezione”.

v.13 c <<Gesù le disse: “Non piangere!”>>, anzi, come dice l’originale greco: cessa di piangere! Può sembrare assurdo questo invito e anche un tantino beffardo: come si fa a non piangere in tale situazione? Ma la parola di Gesù non è solo di consolazione; richiama il tema biblico delle “consolazioni di Dio” che appunto non sono solo tali, ma sono anche e soprattutto promesse; cioè l’esortazione del Maestro fa presagire che in qualche modo verrà tolta la causa del pianto, perché in Lui Dio è presente e all’opera.

v.14 Gesù si avvicina e – dice il testo – “toccò la bara”, che era scoperchiata secondo l’uso del tempo; cioè di fatto il Nazareno tocca il defunto: un gesto coraggioso, visto che secondo Nm.19,11.16 chi entrava in contatto con un cadavere contraeva impurità rituale ed era pertanto escluso dal tempio, fino a purificazione avvenuta; ma era un gesto necessario, per ristabilire una forma di comunicazione e di comunione con il morto, cui il Messia rivolge una parola potente: “Ragazzo, dico a te, àlzati!” L’espressione “dico a te” indica proprio l’autorità del Signore.
Qui si vede molto bene la distanza rispetto ai due profeti del Primo Testamento: mentre costoro devono pregare più volte e con insistenza per ottenere da Dio l’intervento miracoloso, Gesù parla in forza di un’autorità che gli è propria e la sua parola efficace subito riporta in vita il giovinetto.
In concreto si assiste al compimento di una parola di Gesù riportata nel 4° vangelo: “In verità, in verità io vi dico: viene l'ora - ed è questa - in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l'avranno ascoltata, vivranno.” (Giov.5,25)

v.16: “tutti furono presi da timore”; nella nostra lingua il vocabolo evoca lo spavento, la paura, la sottomissione timorosa; ben diverso è il senso biblico di questo termine, che indica piuttosto il riconoscimento rispettoso della trascendenza di Dio e della propria inadeguatezza al Suo cospetto ed esprime il rispetto reverenziale che si prova di fronte a Colui che è al di sopra di tutto; di conseguenza “temere Dio” è l’aver fede, dare culto e lode, ascoltare, obbedire, aderire, amare Dio. Questo sentimento si manifesta nella gente quando si riconosce l’intervento e la potenza di Dio, l’irruzione della Sua presenza mediante un messaggero (un angelo, come quello presente alla nascita di Gesù) o azioni liberatrici, in particolare quelle compiute dal Nazareno. Non ci stupiamo quindi se l’azione immediatamente successiva ricordata da Luca è “glorificavano Dio” (v.16 b).

Coloro che hanno assistito al miracolo, da bravi ebrei, conoscono bene le Scritture e sicuramente saranno riandati con la memoria ai due episodi di resurrezione dell’Antico Testamento ricordati all’inizio e in particolare alla frase detta ad Elia dalla vedova di Zarepta: “Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità”. Essi dunque la riecheggiano esclamando: “Un grande profeta è sorto tra noi” e “Dio ha visitato il suo popolo” (v.16). Gesù è “il grande profeta” atteso per gli ultimi tempi, l’Elia redivivo, il taumaturgo restauratore del popolo di Dio (cfr. Lc.4,25; 9,54.61-62). Ma, a differenza di Elia, Egli non è solo profeta: è il Signore e per mezzo di Lui è Dio stesso che ora interviene in modo efficace “visitando” il suo popolo, per portargli la salvezza.
Il tema della “visita di Dio” ricorre spesso nel Primo Testamento, con un duplice significato: giudizio e castigo quando il popolo si è reso colpevole; salvezza e benefici nella maggior parte dei casi. La liberazione dall’Egitto costituisce la più importante visita di Dio (Es.3,16; 4,31)
Luca è il solo evangelista a riprendere questo tema, probabilmente a causa della sua predilezione per la storia della salvezza di cui vede l’adempimento in Gesù: in Lui scorge la visita suprema di Dio al suo popolo (cfr. Lc.1,68.78).

Sulla scorta di Rouiller-Varoni, Il vangelo secondo Luca, pag.65, proviamo a rivolgerci qualche domanda che aiuti l’attualizzazione di questa suggestiva pagina evangelica:
Crediamo veramente che Dio è Lui pure infelice quando lo siamo noi? Che desidera soccorrerci? Che intraprende tutto il possibile per offrirci la sua consolazione, la sua presenza, la sua salvezza?
O sospettiamo che sia in qualche modo complice del male, che sia indifferente quando i suoi figli piangono e muoiono, e addirittura arriviamo a crederlo responsabile della sofferenza?

L’episodio di Lc.7,11-17 esemplifica molto bene la posizione di totale distacco di Dio dal male e il Suo intervento salvifico, che non manca mai, anche se non è immediato ed è magari molto diverso da quello che noi ci aspetteremmo. Lo aveva ben sperimentato Kirk Kilgour, gravemente infortunato e paralizzato: “Chiesi a Dio di essere forte…..ed Egli mi rese debole per conservarmi nell’umiltà….Gli domandai ricchezza per possedere tutto e mi ha lasciato povero per non essere egoista….Gli domandai tutto per godere la vita e mi ha lasciato la vita perché io potessi essere contento di tutto.”  


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