Condividi   MOLISE ADRIATICO

16/4/2010
Termoli
Pietro Di Tomaso
Cultura
682

"Molise Adriatico" tra terra, mare e globalizzazione

L’Adriatico è luogo di culture-civiltà e il Molise, ancora oggi, è caratterizzato dalla presenza di insediamenti di minoranze etniche (Albanesi, Slavi) eredi di antiche migrazioni. Aprire il Molise verso il mare Adriatico e verso quei paesi dell’Est, così da farne una regione cerniera al centro dell’Italia, costituirà uno snodo importante sia turistico-commerciale che interculturale.
Il blog "Molise Adriatico", la nuova iniziativa culturale di ‘Ars idea studio’ di Guglionesi, mi offre lo spunto per evocare la suggestione sempre toccante della terra e del mare, peraltro ripresa in un testo del filosofo Giacomo Marramao (Passaggio a Occidente, nuova edizione, Bollati Boringhieri): “La vera svolta cosmico-storica della modernità avviene nel momento in cui, sul finire del XVI secolo, l’isola britannica si stacca idealmente dai destini del continente per intraprendere la sua avventura sui mari”. E’ l’inizio della prima globalizzazione. Nella copertina del libro, tutti i colori notturni di Shangai, verde, rosso, giallo, azzurro, con ideogrammi, numeri arabi, ghirigori con o senza draghi. “Passaggio a Occidente” (una memoria dei navigatori impegnati a cercar l’oriente passando per occidente); e il sottotitolo è “Filosofia e globalizzazione”. In estrema sintesi, Giacomo Marramao prova a dirci che non siamo più greci o barbari, come aveva creduto Erodoto, e che possiamo essere tutti greci, se la Grecia saprà riconsiderare se stessa, a cominciare dalle sue categorie universalistiche, la democrazia e la filosofia. Ci ricorda che duemila anni dopo, aprendo l’età moderna, Montaigne spiegò che non possiamo dividerci fra civili e barbari se prima non abbiamo conosciuto i cosiddetti barbari. Vuole dire che globalizzare non significa occidentalizzare il mondo in una specie di pensiero unico, ma che tutte le culture debbono compiere un passaggio a occidente per modificare se stesse e noi. E’ un avvicinamento reciproco, non uno scontro fra culture-civiltà dal quale una emerga egemone. Naturalmente, quel passaggio può avvenire a un patto: che l’Occidente si decida a stare nella globalizzazione col suo volto migliore, che è la sua cultura dei diritti della persona. Inoltre dobbiamo imparare che ci sono più vie alla democrazia e all’universalismo di quanto la nostra filosofia non ne abbia finora contemplate. Finora, non ne abbiamo tenuto conto. Non abbiamo conosciuto abbastanza gli altri. E’ una questione, osserva Marramao, che abbiamo dimenticato. “L’abbiamo dimenticato a partire dalla prima globalizzazione, chiamiamola così: la scoperta del nuovo mondo, l’apertura dei mari, la geniale intuizione di Elisabetta che il futuro dell’Inghilterra stava nel tirarsi fuori dalle beghe territoriali in Europa e nel dominare gli oceani. Non a caso il ‘theatrum orbis’ shakespeariano fu battezzato Globe”. Lì comincia l’avventura dei “due Occidenti”, quello continentale e quello oceanico. Quale dei due Occidenti appare più attrezzato per la globalizzazione? Secondo Marramao, quello che supera i limiti della statualità e si identifica nella Common Law. L’Unione Europea, col superamento degli Stati nazionali e col suo nuovo costituzionalismo, sembra avviarsi a incarnare il modello occidentale più attrezzato per la globalizzazione. Si tenga però presente che “il passaggio a Occidente non è omologazione tecnologica-economica-mercantile ma è dialogo e confronto culturale, reciproca conoscenza tra diversi, estranei. (...) Il mio Passaggio a Occidente si conclude con l’invito a costruire un nuovo modello di sfera pubblica. Essa è oggi monopolizzata in Italia dalla tv. Bisogna ridare ruolo alla piazza, ai partiti, ai giornali, ai sindacati, alle università, alle associazioni. Potremmo chiamarlo il ‘liberalismo sociale’ del terzo millennio. Dove il potere buono è solo il potere limitato. E la differenza individuale diviene il criterio e la regola aurea della solidarietà e dell’essere-in-comune”.

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