BLOG FONDATO NEL GIUGNO DEL 2000

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Un viaggio nella cultura non ha alcuna meta: la Bellezza genera sensibilità alla consapevolezza.

Luigi Sorella (blogger).
Nato nel 1968.

Operatore con esperienze professionali (web designer, copywriter, direttore di collana editoriale, videomaker, fotografia digitale professionale, graphic developer), dal 2000 attivo nel campo dell'innovazione, nella comunicazione, nell'informazione e nella divulgazione (impaginazioni d'arte per libri, cataloghi, opuscoli, allestimenti, grafiche etc.) delle soluzioni digitali, della rete, della stampa, della progettazione multimediale, della programmazione, della gestione web e della video-fotografia. Svolge la sua attività professionale presso la ditta ARS idea studio di Guglionesi.

Come operatore con esperienza professionale e qualificata per la progettazione e la gestione informatica su piattaforme digtiali in possesso delle certificazioni European Informatics Passport.

Il 10 giugno del 2000 fonda il blog FUORI PORTA WEB, tra i primi blog fondati in Italia (oltre 4.000.000 visualizzazioni/letture, cfr link).
Le divulgazioni del blog, a carattere culturale nonché editoriale, sono state riprese e citate da pubblicazioni internazionali.

Ha pubblicato libri di varia saggistica divulgativa, collaborando a numerose iniziative culturali.

"E Luigi svela, così, l'irresistibile follia interiore per l'alma terra dei padri sacra e santa." Vincenzo Di Sabato

Per ulteriori informazioni   LUIGI SORELLA


18/02/2026 ● Cultura

Ingredienti quaresimali per una buona Pasqua

Lettera Pastorale del Vescovo della Diocesi di Termoli-Larino

  Claudio Palumbo ● 224


Fratelli, Sorelle e amici dilettissimi in Cristo,

la Quaresima, il tempo forte e propizio per la conversione del cuore e della vita, è appena iniziata. Essa è il kairòs, il tempo designato nello scopo di Dio, per tutti noi, per me, e per te. È il tempo dell’azione di Dio (Cf O. Cullmann, Cristo e il tempo. La concezione del tempo e della storia nel Cristianesimo primitivo, Bologna, Il Mulino, 1965). È tempo che Dio agisca! Come canta la liturgia cristiana orientale.
Vorrei, carissimo/a, che, nella tua libertà, prendessi con te questo piccolo ricettario di ingredienti spirituali, che ci sostengono, nei quaranta giorni a venire, a cogliere più nitidamente la meta verso la quale siamo diretti: la Pasqua!
Ed ora eccomi a te.

La croce, anzitutto - Ti adoriamo o Cristo e Ti benediciamo, perché con la Tua santa croce hai redento il mondo. Canteremo così nella «via crucis», e giustamente, perché il tempo di Quaresima è anzitutto questa via che ci fa camminare dietro a Cristo e ripercorrere le sue orme insanguinate fino al Golgota su cui la Croce è piantata, nuovo albero del nuovo Eden. A lei è appeso il nuovo Adamo, nuovo frutto che ci dischiude alla conoscenza vera di Dio rivelandoci il Padre ed il suo Amore.
Ma la croce è anche la vocazione di ciascuno. Siamo infatti chiamati a metterla, in tutta libertà, al centro della nostra vita, facendo così la volontà di Dio. Realizzando cioè, per la nostra vita, quel medesimo faro luminoso posto al crocevia di tutti i cammini degli uomini. Sicurezza, dunque, per noi, per te e per me, e, al tempo stesso, ponte di congiunzione alle gioie e ai dolori, alle angosce e alle speranze dell’intera umanità.
Sì. Due sono gli amori del Cristo, disposti a modo di assi cartesiani: quello filiale, che sale verso il Padre, e quello fraterno che si estende in orizzontale verso gli uomini. La croce, come una strada a doppio senso di circolazione, conduce ad entrambi e, mirabilmente sintetizzandoli, li riduce ad unità di Amore. Mentre ci porta al cuore di Dio, la croce ci porta ad incontrare i dolori degli uomini, e viceversa: «Ovunque è una croce lì è un Calvario e un crocifisso. (…) Ogni uomo è croce e crocifisso insieme, e dove egli è, ivi si erge un calvario» (P. Mazzolari, Sotto la croce, La Locusta, Vicenza 1972, 69.70).
Stat crux dum volvitur orbis, dicevano i medievali. La croce è sempre lì, fissa, mentre il mondo continua a girare. Croce è amare, Crocifisso è amore. Testimonianza cristiana è incarnazione dell’una e dell’altro assieme. Martirio nostro quotidiano, infatti, è amare Dio, amare tutti, amare sempre! Alla fine della nostra vita saremo giudicati sull’ Amore (Cf Mt 25, 31-45).
Ama la tua croce. Non pretendere di cambiarne il nome. Oltre a quella che Dio ti dà, oltre a quella che anche gli uomini, i tuoi stessi fratelli, quelli della tua casa, ti preparano, considera che forse, tante volte, c’è anche quella che ti sei preparata da solo: con il peccato. Portala. Dietro al Cristo, che ti fa da cireneo. Fino al Calvario. Sali su di essa. Per la crocifissione. Ne discenderai poi, con Cristo, anche tu. Per la resurrezione e la gloria immortale.
Il cuore - È il luogo della lotta spirituale, sempre. In Quaresima specialmente. La lotta, sostanzialmente, è tra la logica autocentrata del vecchio Adamo il quale, sedotto dal Maligno, vuole farsi «come Dio» (Gen 3,5) e l’atteggiamento di Cristo, nuovo Adamo, il quale pure «essendo in forma di Dio, non stimò un possesso geloso l’essere come Dio, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo e diventando partecipe dell’umanità» (Fil 2, 6-7). All’innalzamento di sé, proprio del vecchio Adamo, si contrappone l’abbassamento del nuovo Adamo, che giunge fino alla umiliazione e alla vergogna della croce (Fil 2,8). Si direbbe, in termini più tecnici, che alla philautìa si contrappone la kénosis.
La philautìa. È la madre, la radice segreta di tutte le altre malattie spirituali, è un amore di sé, però è un amore malato. Il peccato l’ha capovolto in un amore di sé contro sé stessi. È il punto di partenza di tutte quelle passioni, o pensieri malvagi, che Evagrio Pontico (ca 345-399) elencava così: 1.- gastrimarghia (voracità, o follia/idolatria della gola e del ventre, in rapporto con il cibo); 2.- porneìa (lussuria); 3.- philargyria (avarizia, in rapporto ai beni e alle cose); 4.- orghè (collera, in rapporto agli altri); 5.- lýpe (tristezza, in rapporto con il tempo); 6.- akedía (accidia, tristezza in rapporto con lo spazio); 7.- kenodoxía (cenodossia, o amore per la vanagloria); 8.- hyperephania (superbia/orgoglio, in rapporto con Dio).
È una triste realtà presente in noi per conseguenza del peccato delle origini (Cf Evagrio Pontico, Gli otto spiriti della malvagità. Sui diversi pensieri della malvagità, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1996; E. Bianchi, Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2012). Il Signore ci ha fatto buoni e vuole che noi amiamo il suo progetto su noi stessi; la malattia spirituale è la perversione di qualcosa di buono. Allora dobbiamo cercare la terapia per amare noi stessi in maniera giusta, conforme al progetto del Signore. Mai disperare della Misericordia di Dio!! San Pio da Pietrelcina diceva: «Comportati con Dio come con il mare: più ti abbandoni e più galleggi». San Paolo apostolo ci invita ad armarci opportunamente per il combattimento spirituale, consegnandoci un’armatura completa in sei pezzi: 1.- la cintura della verità; 2.- la corazza della giustizia; 3.- i calzari del vangelo della pace; 4.- lo scudo della fede; 5.- l’elmo della salvezza; 6.- la spada della Parola di Dio (Cf. Ef. 6,10-20).

Il silenzio - Se nella nostra società «l’uomo è diventato un’appendice del rumore» (Max Picard, 1888-1965), si fa sempre più urgente l’esigenza che ciascuno ritrovi la propria umanità attraverso la riscoperta del silenzio.
Si tratta di apprendere l’antichissima arte di «ascoltare il silenzio». Impresa certo non semplice, se già Eraclito di Efeso (535-475 a.C.) definiva i propri simili come «incapaci di ascoltare e di parlare». Se è diffusa l’impressione di aver compiuto passi in avanti nella capacità di parlare, quanto ad ascolto sembriamo tornati indietro di secoli. Una necessaria pedagogia dell’ascolto potrà prendere le mosse solo dal silenzio. Proprio così: «ascoltare il silenzio». Un ossimoro, si direbbe. Ma solo apparente. Esso è invece la chiave che apre il mondo dell’ascolto autentico e della comprensione di ciò che si sente. La tradizione spirituale, non solo cristiana, ha sempre riconosciuto l’essenzialità del silenzio per una vita interiore autentica. Il silenzio rende possibile l’ascolto, l’accoglienza in sé tanto della parola pronunciata, quanto della presenza di colui che parla. Tra i due amanti il silenzio è spesso linguaggio molto più eloquente, intenso e comunicativo delle parole. Il silenzio ci è necessario da un punto di vista prettamente antropologico, perché l’uomo, che è un essere di relazione, comunica in modo equilibrato e significativo soltanto grazie all’armonico rapporto fra parola e silenzio.
Ma abbiamo bisogno del silenzio anche dal punto di vista spirituale. Per la fede ebraica e cristiana il silenzio è una dimensione teologica: sul monte Oreb, il profeta Elia percepì di essere alla presenza di Dio non nel frastuono di venti, tuoni e terremoto ma solo quando ascoltò «la voce di un silenzio sottile» (1Re 19,12). Ignazio di Antiochia dirà che Cristo è «la Parola che procede dal silenzio». Il cristianesimo, infatti, contempla Gesù Cristo come Parola fatta carne, ma anche come Silenzio di Dio. Gesù che nella sua passione «non apre la sua bocca», sta come «pecora muta dinanzi ai suoi tosatori» (Is 53,7), fa del suo silenzio un atto, un’azione dimostrativa di ciò che è veramente forte: fa della sua stessa morte un atto, il gesto di un vivente, affinché risultasse chiaro a tutti come dietro parola e silenzio, ciò che veramente salva è l’amore che vivifica l’una e l’altro. Il Cristo crocifisso è l’icona del silenzio, e del silenzio di Dio. Anche la teologia, e la predicazione, devono misurarsi con questo silenzio, se prima di parlare “di†Dio vogliono parlare “con†Dio onde evitare la tentazione di ridurre il Dio di Gesù Cristo a idolo, a manufatto, a oggetto manipolabile. È il silenzio della croce che riesce a dire l’indicibile: l’immagine del Dio invisibile è nell’uomo appeso alla croce! È qui il magistero a cui attingere. (Cf E. Della Corte, La custode del silenzio, (…) in: «Vivarium», 2 (Maggio-Agosto 2016) 233-238).
Non si tratta semplicemente dell’astenersi dal parlare o dell’assenza di rumori, ma del silenzio interiore, quella dimensione che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte all’essenziale: «Il silenzio è custode dell’interiorità in quanto ci conduce da una dimensione primaria e “negativa†di sobrietà, disciplina nel parlare o addirittura di astensione da parole, a un livello più profondo, di intensa vita spirituale: cioè al far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giudizi, le mormorazioni che nascono nel cuore. È il difficile silenzio interiore, quello che trova il proprio ambito vitale nel cuore, luogo della lotta spirituale. Ma proprio questo silenzio profondo genera l’attenzione, l’accoglienza, l’empatia nei confronti dell’altro. Il silenzio scava nel nostro profondo uno spazio per farvi abitare l’alterità, per farne risuonare la parola e, al tempo stesso, ci dispone all’ascolto intelligente, al parlare misurato, al discernimento di ciò che brucia nel cuore dell’altro e che è celato nel silenzio da cui nascono le sue parole. Il silenzio, allora, quel silenzio, suscita in noi la carità, l’amore del fratello. «Il silenzioso diventa fonte di grazia per chi ascolta», aveva affermato san Basilio. Per il cristiano, il rimando all’ascolto obbediente della Parola di Dio, all’accoglienza del Verbo fatto carne è evidente ed estremamente eloquente» (Cf E. Bianchi, La profezia del silenzio, in «Avvenire» 29 agosto 2013).
Bisogna che anche tu elegga subito il silenzio a tuo maestro interiore; che ne coltivi con zelo la virtù che gli e propria; che ti lasci abitare da esso. Non averne paura, amane, anzi il fascino, assaporalo. Immergendoti in esso potrai ascoltare la delicata brezza dello spirito. Preferisci al silenzio la parola solo ad una precisa condizione: quando lo richiedano congiuntamente verità e carità. Potrai farne, così, un alfabeto di misericordia; adoperarlo come balsamo medicinale sulle ferite dei tuoi fratelli; potrai dare con esso spessore alla tua anima. Il corpo abitato dal silenzio diviene rivelazione della persona. Adoperati, pertanto, a far rinascere la stima del silenzio in te e nel tuo prossimo. La stima del silenzio! (Cf Breviario romano, Domenica della Santa Famiglia, II lettura dell’Ufficio divino).

La preghiera - L’evangelista Giovanni che, nell’ultima Cena, riposa sul petto di Gesù, è maestro di preghiera in quanto uomo di preghiera. Mentre gli altri evangelisti ci istruiscono sulla vita attiva, Giovanni ci istruisce anche sulla vita contemplativa (Cf Agostino, Sul consenso degli evangelisti, I, 5). Riposa anche tu sul petto del Signore Gesù, ad imitazione di Giovanni. La preghiera appartiene all’etica naturale. La preghiera cristiana ha, in più, una sua specificità: è la misura del nostro discorso su Dio, è l’anima, il cuore dell’esperienza religiosa e, al tempo stesso, è lo specchio sul quale si proietta la nostra idea di Dio.
Diversi sono gli impedimenti alla preghiera nel nostro contesto socio-culturale: l’individualismo; il rifiuto di tradizioni e istituzioni ritenute vincolanti, evidente nella perdita del senso della preghiera come nel crollo di una visione religiosa del mondo e dell’esistenza; la difficile comprensione della “gratuitàâ€, nel cui ordine la preghiera è iscritta, dentro una società che vive sotto la dittatura dell’utile, del consumo, del tempo da non perdere (Cf C. Geffre, La prière des hommes comme mystère de gratuité, in «Vie Spirituelle», 152 (1998), 121-124); la penombra in cui vive l’impegno di una educazione alla preghiera personale collegata al patrimonio della tradizione cristiana (Cf E. Bianchi, Contestazioni attuali della preghiera, in Concilium 3 (1990), 72); la fossilizzazione dell’immagine di Dio, sempre smentita, al pari delle appena citate negatività, dai Santi
Mettiti anche tu alla presenza di Dio. È da qui che inizia il movimento della preghiera. Poi fai precedere la volontà di amare al dovere del fare. È il desiderio di incontrarLo che conta, prima e più dell’agire: «Dio esige di essere amato da noi non perché s’aspetti un qualche frutto da questo amore ma perché l’amore con cui lo amiamo giova a noi. Aspetta di essere amato perché noi ne abbiamo vantaggio e perché attraverso il merito dell’amore otteniamo la beatitudine» (Ilario di Poitiers, Tractatus in psalmum II, 15,48).
Giovanni, che riposa sul petto di Gesù, ci rimanda alla preghiera stessa di Gesù, una preghiera necessaria perché riflette la vita. Una preghiera, quella di Gesù, che: è lode (egli si sente ascoltato dal Padre); è domanda (perché il Regno si compia); è richiesta di rifugio e di consolazione (molti lo odiano e altri lo fraintendono); è supplica (perché i suoi siano una sola cosa e perché venga liberato dalla sofferenza imminente); è abbandono pieno alla volontà del Padre («non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» Mc 14, 36).
Riesamina in questo tempo di grazia anche la tua idea di Dio: «Per il filosofo Dio è un oggetto, mentre per gli uomini di preghiera egli è il soggetto. Essi (gli uomini in preghiera, ndr) non aspirano a possederlo come un concetto di conoscenza, a essere informati su di lui, come se egli fosse un fatto in mezzo ad altri fatti. Ciò a cui essi anelano è di essere totalmente posseduti da lui, di essere un oggetto della sua conoscenza e di esserne coscienti. Il compito non è di conoscere l’ignoto, ma di esserne compenetrati; non di conoscere, ma di essere conosciuti da lui, di esporre noi stessi a lui e non lui a noi; non di giudicare e affermare, ma di ascoltare ed essere giudicati da lui» (Abraham Joshua Heschel, L’uomo non è solo. Una filosofia della religione, Mondadori, Milano 2001, 115).

Il digiuno e le sue sorelle - Siccome il digiuno è «una delle fasi fondamentali cui Cristo si sottopose, (….) nessuno può pretendere di vivere nella piena maturità di Cristo o che Cristo dimori in lui in tutta la sua statura se trascura il digiuno. (…) Da lui derivano tutte le nostre opere: la nostra ascesi dalla sua ascesi, il nostro digiuno dal suo digiuno; il nostro amore dal suo amore» (Matta El Meskin, Comunione nell’amore, Qiqajon, Magnano (Vc) 1986, 144.145).
Dunque: digiunare, come Cristo. Essere conformi a Lui, in tutto. Anche tu, in questa Quaresima, sei invitato all’uso sobrio e delicato delle cose; ad avere misura nel trattare i beni di creazione che il Signore Dio mette nelle tue mani come segni della sua gratuità e come mezzi per la tua carità. Sant’Agostino spiegava ai suoi fedeli di Ippona e scriveva per tutti che il frutto del digiuno e dell’astinenza deve essere dato in elemosina (Cf Discorso 209, per l’inizio della Quaresima).
Più in dettaglio si chiede a te, come a me, di fare un uso austero e generoso del superfluo, di revisionare la tua vita a proposito dell’attaccamento ai beni di questo mondo, sulla voracità del possesso, sul pericolo spirituale della ricchezza: «La ricchezza mi sembra simile a una serpe: se uno non la prende di lontano, per la coda, gli si attaccherà alla mano e lo morderà» (San Clemente di Alessandria, Il Pedagogo, III, 6).
Il tuo digiuno non sia immiserito in una anemica pratica di privazioni corporali. Sia invece sempre animato e reso fecondo dalla corrispondenza di altre due realtà sorelle: preghiera e misericordia: «Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia sono una cosa sola e ricevono vita l’una dall’altra. Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno» (San Pietro Crisologo, Discorso 43).

Padre, ho peccato! - Il Padre ci ama per quel che siamo e volge al bene anche i nostri difetti. Tra i due figli del “Padre misericordiosoâ€, il figlio minore, esempio di conversione, viene ricordato proprio per il suo difetto reso santo e buono dallo sguardo amorevole e dal perdono del Padre. Perché il Padre è un padre che attende e prepara. È un Padre della Speranza (Cf Mt 7, 7-12).
​La speranza, carissimo/a, ti spinga a muovere i tuoi passi sulla via sacramentale della penitenza. È la via per la quale verrà a te la grazia e sentirai, con sicurezza di fede, di essere riconciliato con Dio, con i fratelli, con te stesso. Celebra la penitenza. Assaporerai la bellezza e la bontà di essere un risuscitato!! Sì. Nell’ordine della grazia tu questo sei, da cima a fondo, un essere di misericordia!!
​Presentati a Cristo misericordioso il quale, nella persona del sacerdote, ti accoglie, ti perdona, ti abbraccia. Presentati per sperimentare l’incontro di due grandezze: quella di Dio, sempre fedele alle sue promesse, e la tua. Sì, la tua. L’uomo più grande, l’uomo più alto, è quello che sa mettersi in ginocchio dinanzi ad un sacerdote ed ha il coraggio di confessare: ho peccato!!
Non scoraggiarti o sgomentarti al pensiero: «ma poi ricadrò negli stessi peccati». Il Santo Curato d’Ars (1786-1859), uno dei più grandi confessori della storia della Chiesa, era solito ripetere alle migliaia dei suoi penitenti, fra le diverse altre, queste celebri esortazioni: «Nostro Signore è sulla terra come una madre che porta il suo bambino in braccio. Questo bambino è cattivo, dà calci alla madre, la morde, la graffia, ma la madre non ci fa nessun caso; ella sa che se lo molla, il bambino cade, non può camminare da solo. Ecco come è nostro Signore; Egli sopporta tutti i nostri maltrattamenti, sopporta tutte le nostre arroganze, ci perdona tutte le nostre sciocchezze, ha pietà di noi malgrado noi. (…) L'uomo è creato per amore e non può vivere senza amore. (…) Le vostre colpe sono come un granello di sabbia rispetto alla grande montagna della misericordia di Dio. (…) La misericordia di Dio è come un torrente straripato; trascina i cuori al suo passaggio».
​Non scoraggiati perciò. Pensa invece come il Padre, con la sua sorprendente misericordia, può chiudere il tuo infelice esodo di «figliuol prodigo»; come il Figlio, col sangue sparso sulla croce, può risanare le ferite inferte dal peccato sulla tua anima; come lo Spirito, col suo amore illimitato, possa corrispondere appieno alla tua sete di tenerezza. La Trinità Santissima, come vedi, vuole entrare in azione in te!!
​Dunque: celebra il sacramento della penitenza. Inginocchiati spesso, in questi giorni di Quaresima, ai piedi del sacerdote, per lasciarti assolvere dai tuoi peccati: «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

Abbandonato in Dio - Combatti la tentazione di possedere te stesso. È la radice di ogni scelta peccaminosa. Essa indebolisce in te il senso della signoria del Padre; oscura il senso del primato di Cristo; spegne il senso della compagnia dello Spirito.
Combatti strenuamente, aiutato anche dal tuo padre spirituale come dal tuo confessore, per rinvigorire e recuperare il senso spirituale dell’abbandono all’ Altro. Già. Proprio così. Considera infatti come siamo stati creati da un Altro, il Padre; siamo stati redenti da un Altro, il Figlio; siamo stati santificati da un Altro, lo Spirito.
Bisogna recuperare, carissimo/a, il senso dell’abbandono!! Ciò proprio con l’affidare la nostra vita al cuore del Padre, alle mani trafitte del Crocifisso, all’intima amicizia dello Spirito. Ma la chiave è Cristo: «Perché ci si possa veramente fidare di un uomo, si esige la sua parola. Anche Dio ci ha dato la sua parola: Cristo» (S. Kierkegaard, Diario (1834-1839), a cura di C. Fabro, II, Morcelliana, Brescia 1980, 79).
Come Cristo sulla croce, anche tu rinuncia ad essere un ostinato padrone di te stesso: sarai capace di servire la pietà verso tutti. Dinanzi a lui, servo di misericordia, che ha sigillato la sua vita terrena con la più radicale consegna al Padre («Nelle tue mani consegno il mio spirito» Lc 23,46), ripeti più volte, con sempre rinvigorito stupore: «Mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me» (Gal 2,20).
Confida perdutamente in Dio. Consegnati a lui. Abbandonati alle mani di un Dio fedele. Rimedia al disagio devastante della tua insicurezza con un definitivo atto di affidamento a Dio, per ri-nascere dal suo “grembo†santissimo.

Contemplando la solitudine – Ricordiamo tutti il breve, ma celebre e intenso componimento poetico del Quasimodo (1901-1968): «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole:/ ed è subito sera», così come quelli del berbero Si Mohand ou-Mhand (1848-1905): «Non riesco a tener dietro a questo mondo / ed è subito sera / per quanto corra non riesco a raggiungerlo». Essi dicono della drammatica solitudine dell’uomo, come della brevità della vita nell’alternarsi di gioia e dolore.
Ebbene: c’è solitudine e solitudine, carissimo/a (Cf R. Latourelle, L’uomo e i suoi problemi alla luce di Cristo, Cittadella Editrice, Assisi 1995). Contemplando Gesù nell’esperienza spirituale del deserto (Cf Lc 4,42), impegnato a soffrire, con intenzione redentiva, la solitudine messianica della sua «ora», si comprende come bisogna assumere e coltivare quella solitudine necessaria alla causa del Regno e della salvezza. Così non sarai solo. O meglio: con Cristo non saranno solitarie né la vita, né la morte: «Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi». (Rm 14,7-9).
A questa duplice compagnia di Cristo, che viviamo nel tempo, si aggiunge, come terza, quella eterna, quando la nostra solitudine sarà vinta per sempre: allora «saremo sempre col Signore» (1 Ts 4,17).
Gesù ha detto: «Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), così come ha detto anche: «Mi lascerete solo, ma io non sono solo perché il Padre è con me» (Gv 16,32). Rifletti alquanto muovendoti tra queste due affermazioni di Gesù.
La solitudine, quella procurata dagli uomini, diventa insopportabile e schiacciante quando non ci si lascia pervadere dalla presenza quotidiana del Signore Gesù. Non ti dice nulla la presenza reale di Gesù nell’Eucarestia? Non è questa la presenza anche più personale e più intima di Dio con gli uomini? Non c’è un Padre che veglia sui tuoi giorni? Né uno Spirito come l’Amico più affidabile? Davvero, poi, non c’è un fratello sulla soglia della tua vita?
Nella solitudine, quella grande e necessaria, invece, puoi contemplare la prossimità di un Dio trinitario!!
No alla solitudine subita con rassegnazione; patita con rancore; vissuta con compiaciuto avvilimento; coperta dal rimbombo di parole inautentiche e da rumori dissipanti.
Sì, invece, alla solitudine che chiama a conversione; che è prova purificatrice; che invita a ricordarsi di Dio e a far ricorso a lui; che fa crescere grandi anime per Cristo e per il suo Regno. Sì alla solitudine abitata!!

Insieme, solidarmente - Ce lo ha indicato proprio Gesù, quando ci ha insegnato a pregare e a cominciare col dire: «Padre nostro». Nota bene: nostro!! È come dire che esiste una solidarietà di fondo, un dono del Padre che va sempre invocato da tutti per la salvezza eterna. Papa Francesco lo ha ancora una volta eloquentemente ricordato nell’ omelia in Santa Marta del 18 febbraio 2019.
Tu pratichi questa solidarietà per la salvezza? Anche a te, un giorno, Dio domanderà: «dov’è tuo fratello?». In altre parole, il Cristo giudice chiederà severo conto della sorte dei fratelli e sorelle posti al tuo fianco, prima per una compagnia di grazia, poi per una di gloria. Sono i tuoi compagni di via; sono l’immagine del volto di Cristo. Ad essi tu sei collegato. Con loro sei chiamato a vivere il progetto creazionale, a compiere la sequela cristiana, a condividere la fatica dei giorni e dell’ascesa.
Ecco la presenza ed il ruolo della comunità cristiana: un luogo di amore e di custodia dei fratelli, capace di muoversi tra i poli dell’accoglienza e della convivialità attraverso una fraternità che abbia sguardi attenti e mani solidali.
Più che essere il crocifissore di tuo fratello, proponiti risolutamente di esserne il cireneo!! E se non fai in tempo ad aiutarlo a portare la croce, perché lo trovi già ad essa crocifisso, sii capace di pietà, per aiutarlo a discendere da essa. Ricorda: mai senza l’altro!!

Abbi cura di te - Come sarebbe bello se, al termine dell’itinerario quaresimale, tu decidessi di partecipare ad un corso di Esercizi spirituali, proprio per arrivare nel profondo di te stesso.
Se sei già abituato a farli, non disdegnare esperienze più intense. Semmai li avessi interrotti, riprendili, coraggiosamente; ritroverai il bandolo della tua vicenda spirituale. Abbi cura di te!! Gli esercizi aiutano tanti cristiani (sacerdoti, religiosi e religiose, laici, coppie di sposi e famiglie) a rimettere ordine nella loro vita per poter meglio rispondere a Dio, il quale ci chiama alla santità: «Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo» (Lv 19, 2), oppure: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48)».
Esercitando lo spirito in modo serio, ecco che la tua vita comincerà a ruotare sull’essenziale: la imitazione di Cristo. Scoprirai sempre meglio come potrai piacere a Dio; come ridefinire la tua identità umana e cristiana; potrai riattivare i tuoi codici battesimali e rifocalizzare la tua appartenenza alla Chiesa. Sì. Alla Chiesa. Al corpo mistico di Cristo, comunità di salvati e di salvezza, costituita tale proprio in virtù di quella non debole analogia al Mistero del verbo incarnato (Cf Lumen gentium, 8). Tutta relativa al Cristo, di cui essa è sacramento, e tutta relativa agli uomini, per i quali essa è sacramento di salvezza. In una parola, con i tuoi Esercizi, apprenderai l’arte di essere, anche preparandoti a “sorella morte†che, auguro a me e a te, di incontrare maturi nelle virtù del Regno, dopo un cammino fatto alla luce del Cero pasquale, in compagnia di quanti il buon Dio ha posto al nostro fianco come compagni di viaggio.

Con pazienza – Tra i celebri calembour del grande Totò ricorderai senz’altro questo: «ogni limite ha una pazienza». La battuta ha una sua verità di fondo, tanto più evidente se il limite che ci prefiggiamo di raggiungere è molto alto: la costruzione del Cristo, Figlio di Dio, in noi.
È un processo graduale che richiede molta pazienza e tempo. Anche quando il Signore si presentò d’improvviso a Paolo sulla via di Damasco, ci vollero, per l’antico persecutore della Chiesa, lunghi anni di interiorizzazione da trascorrere nel silenzio di Tarso perché quel repentino fulgore si inverasse nella sua vita. D’altra parte così leggiamo nella Scrittura santa: «Il Signore tuo Dio scaccerà a poco a poco queste nazioni dinanzi a te: tu non le potrai distruggere in fretta, altrimenti le bestie selvatiche si moltiplicherebbero a tuo danno» (Dt 7,22).
Tieni a mente: a poco a poco. Anche per rispondere ad una domanda che potrebbe sorgere nel tuo animo: perché il Signore non guarisce in un solo istante quei pensieri negativi di cui, poco fa, ci ha parlato Evagrio Pontico? Lo fa con le malattie fisiche, dunque perché non lo fa con quelle spirituali?
Se vuoi rispondere a questa domanda devi capire che la perfezione non consiste nell’assenza di difetti, ma nella perfezione dell’amore. È quanto chiediamo nella preghiera eucaristica della Messa per la Chiesa: «rendila perfetta nell’amore». Gli è che, a volte, Dio ci lascia combattere anche tutta una vita contro certi difetti e inclinazioni cattive affinché dentro di noi si affini sempre di più il nostro amore: è la cosa che ai suoi occhi conta più di tutto!!
Se, poi, certe malattie spirituali sono profondamente incarnate, quasi strutture portanti della nostra personalità, non possono essere estirpate fintantoché non sia stata costruita in noi una struttura “alternativaâ€, tale che consenta di sostenere la persona quando la struttura malata è stata abbattuta. Altrimenti si rischia di fare assai peggio, come il versetto del Deuteronomio, appena citato, insegna: «altrimenti le bestie selvatiche si moltiplicherebbero a tuo danno».
Gradualità della crescita «di gloria in gloria» (2Cor 3,18). Poco a poco. Con grande pazienza. Si cadrà più volte prima di arrivare, ma si impara più dalle cadute che dai passi fermi. L’importante è mantenere costante la direzione, la tendenza della nostra vita verso Dio. Come riteneva Nikolaj Berdjaev (1874-1948) nei suoi scritti, ciò che è perfetto non può essere in alcun modo detto cristiano. E a ragione. L’onnipotenza divina si manifesta proprio attraverso le nostre ferite, fragilità, difetti: «quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 7,10).
Dunque: per realizzare l’obbiettivo della vita, non cercare di essere forte, ma, con pazienza e con gioia, assumi la tua debolezza, affidandoti con ferma speranza ad un Dio che è Padre!!

Per terminare – Ci lasciamo nel segno della speranza, carissimo/a. Quella del nostro padre Abramo. Quella di Maria, madre di Gesù, come della Maddalena che incontra il Risorto. Quella dei santi e delle anime pie. La tua, e la mia.
Il cammino di preghiera, di penitenza e di carità appena intrapreso in vista della Pasqua, serva proprio a ricostruire, motivare e fortificare la speranza. Quella che cresce, per intenderci, solo dentro il sepolcro vuoto di Cristo.

Così ti benedico, mentre ti affido a Maria, madre della speranza e raggiante testimone della Pasqua. Ipsa propitia pervenis !

Termoli, 18 febbraio 2026
Mercoledì delle ceneri


Tuo
+ Claudio, vescovo



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