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05/03/2026 ● Cultura
Per il nostro dialetto probabilmente… ancora lingua madre
Arcangelo Pretore ● 246
In modo involontario ho accolto l’insistente (ma in seguito intrigante) riproposizione di termini, locuzioni, espressioni dialettali… poiché il mio interlocutore sembrava che avesse una padronanza fondata e sicura del nostro dialetto (era vero!). La sua era una riproposizione iniziata mesi addietro in modo scherzoso, ad oggi diventato un fatto sociale di nicchia. Si trattava di specificare e trasporre in lingua alcuni termini, oggetti, comportamenti marcatamente dialettali, sollecitati quasi a bruciapelo da parte dell’ex artigiano edile guglionesano, al secolo: Ludovico Mammarella.
Dapprima l’intercalare dialettale veniva proposto quasi per gioco sotto forma di domande, durante le occasionali passeggiate tra amici consumate soprattutto in quel del “Lungomare” guglionesano, in seguito diventati sempre più dei quesiti meglio formalizzati via Web, estesi ad un’ampia platea di conoscenti a stretto giro di comunicazione cellulare, in genere “girati” agli utenti con l’applicazione WhatsApp. Domande aperte che attendevano una risposta. Parole, locuzioni, modi di dire, giri di parole che in vero un tempo facevano parte della nostra cultura orale paesana trasmessa a viva voce “vis-à-vis” alle generazioni a venire. Questo accadeva quando la cultura dialettale era il substrato linguistico di primo apprendimento nella nostra comunità guglionesana; la prima lingua nativa la cui impronta sia nella pronuncia sia nelle diverse sfumature di significato risentiva soprattutto delle caratterizzanti tradizioni e diversità familiari.
A quei tempi gli oggetti dell’intorno del neonato in via di apprendimento, intorno ai due anni, avevano una denominazione dialettale (non mancava l’antagonismo dei pargoli, quasi pari, i quali, chi prima: i precoci, chi dopo: i tardivi… sollecitati dagli adulti parlanti, infine parlavano!). La pressione familiare e sociale altrui iniziavano il pargoletto alla parlata d’ambiente del paese. Il bimbo in via di apprendimento cominciava a dare un nome alle cose, alle persone del suo limitato intorno di vita. Inevitabilmente, vista la stretta dipendenza materna, il bimbetto iniziava il balbettio con il suo sillabato “ma’”: sintesi vocale della riconoscente affettività intuitiva ed emozionale che aveva legato, anche nel ventre materno attraverso il cordone ombelicale e la placenta, il feto alla madre (è quest’ultimo dualismo il mistero straordinario della biologia, ovvero per nove mesi l’essere oggettivamente in due, la madre e il feto, pur tornando poi ad essere dopo il parto la madre un unico individuo, fisicamente separato dalla neonata, dal neonato).
Poi il pargolo impara a farfugliare: “pa’”, anche questo più difficile vocalizzo rappresenta una sintetica abbreviazione del rapporto paterno. Mi consento un inciso naturalmente chiarificatore rivolto soprattutto agli uomini o, peggio, oggi anche a quegli adolescenti disturbati che si accaniscono contro le donne: ossessione che nei misfatti più crudeli sfocia nella loro uccisione: “non esiste in natura nella progenie umana: uomo o donna, che non sia nato/nata da una donna”. Si noti, peraltro, che sia il “ma’” che il “pa’” sono i primi balbettii che prefigurano una successiva estensione; una modalità espressiva economica particolarmente adatta al primo parlare infantile. I Greci chiamavano barbari coloro che, magari limitrofi al loro territorio, tali non erano, solo perché non parlavano la loro lingua; si noti di passaggio come anche bar-baro ripropone lo stesso balbettio. Il pargolo si appropria del balbettio poiché completa in seguito il “ma” iniziale in ma/mma ed il “pa” iniziale in pa/pà; parole familiari ai più, particolarmente adatte per via della loro semplicità per relazionare il bimbo ai suoi genitori, una interlocuzione richiesta con attenta apprensione dagli stessi al primo parlare dell’infante.
Ma, tornando al tema iniziale che è quello della graduale, inesorabile perdita del dialetto guglionesano; una cultura del luogo in cui siamo nati e nella quale siamo stati immersi nei nostri primi anni di vita; di me so? Come so come e quando ho iniziato a parlare, a camminare, dei miei fratelli pure, me lo hanno raccontato, degli altri non posso testimoniare. Nominare le cose dell’intorno di vita significava allora porre in essere l’unica modalità di socializzazione relazionale del bimbetto, posto che per via del suo incerto andare non avrebbe potuto fruire volontariamente di altri apporti conoscitivi se non quelli occasionali dovuti agli incontri accidentali di parenti e amici della famiglia di appartenenza, talvolta il parlato altrettanto incerto dei suoi coetanei. Dare un nome alle cose e alle funzioni corporee come: “mslarell, a cantr, u vaccl, u tragn o magné, pajjd”… era importante per orientarsi nel limitato ambiente familiare e nel riconoscere alcune proprie funzioni fisiologiche rispetto al proprio sé.
Pertanto, la prima formazione linguistica locale non poteva che essere dialettale posto che probabilmente i genitori del bimbo/a, intorno agli anni cinquanta del secolo XX, avevano perlopiù ascendenze locali e quindi naturalmente condividevano lo stesso idioma, anche perché all’epoca i genitori del bimbo erano scarsamente alfabetizzati nel possesso e soprattutto nella trasmissione della lingua nazionale, pertanto, non potevano che inculcar loro il dialetto che sarebbe stata la loro lingua madre a trasmissione orale. Gradualmente i bimbetti avrebbero appreso, soprattutto nel passaggio alla prima elementare, l’idioma nazionale, inizialmente visivamente impartito, anzi scandito, simultaneamente a livello orale e simbolico-grafico (ad esempio, la "e" di edera) da pazienti maestri e altrettanto “materne” maestre (a proposito, nella scuola elementare di Guglionesi non ci sono più i maestri, bensì solo maestre, tendenzialmente “materne” nel loro ruolo educativo - non potendo essere per legge maestre dei loro pargoli!): una condizione educativa strutturale che giocoforza va a sparigliare l’iniziale formazione familiare linguistica precedente che si ritiene fosse equamente condivisa, impartita al bimbo da entrambi i genitori.
La conquista della parlata e della scrittura nell’idioma della nazione con la crescente scolarizzazione di coloro che da bimbetti intanto sono diventati alunni, gerarchizzati in classi di età, magari nei gradi di scolarizzazione di base vestendo ancora con il grembiule con il fiocco rosa al colletto per le femminucce e blu per i maschietti (a memoria ricordo quando gli scolaretti furono in visita al Parlamento, vedendo inquadrati i bimbetti con i loro grembiulini i commessi si meravigliarono non poco, e chiesero stupiti da quale regione provenissero gli alunni!). Pertanto, ai tempi l’uniformità della lingua si conformava all’uniformità del vestire, in tal modo le diversità economiche a volte rilevanti venivano coperte non senza un velo di ipocrisia, poiché l’uniformità del vestire allora rimandava ad altre precedenti uniformi militari, tant’è che in data odierna anche da noi, nelle scuole statali, i grembiuli, almeno nelle classi di grado superiore, sono stati aboliti e ciascuno mostra nel vestire la sua condizione di provenienza, senza infingimenti, indossando il logo che può.
Il passaggio dell’infante dalla cultura orale, in passato solo dialettale, spesso intraducibile o mal tradotta con i limitati e limitanti grafemi ridotti del nostro alfabeto (personalmente ho in precedenza azzardato alcune parole in dialetto in cui abbondano illeggibili consonanti da parte di chi non possiede la competenza del nostro dialetto). Il dialetto che rappresenta una parte importante della cultura locale sia per la sua inflessione sia per la sua portata identitaria ha un raggio di comunicazione condivisa che abitualmente non supera i confini del paese; a Montecilfone, ad esempio, il loro dialetto è per noi guglionesani addirittura incomprensibile, mentre negli altri paesi limitrofi al nostro il dialetto è scarsamente sovrapponibile.
Il perché di tale ristretto raggio di interazione comunicativa? Forse la spiegazione è intrinseca alla sua limitata possibilità comunicativa orale che privilegia il faccia a faccia o comunque la comunicazione locale estesa arriva là dove arriva la voce umana; a meno che non si potenzi la nostra voce con il proxy del Web che in modo vicario sostituisca l’interazione fisica fino a far sparire fisicamente l’interlocutore che può essere anche fisicamente molto distante o addirittura potrebbe essere una persona mai incontrata. Tuttavia, al di là di tali limiti oggettivi, il dialetto rispetto al possesso delle competenze linguistiche successive, di per sé è molto più ricco di sfumature, di modi di dire che quasi accarezzano gli oggetti, che meglio rendono le cose, che ancora meglio rendono le emozioni o i sentimenti, aspetti linguistici che con la scrittura alfabetizzata della lingua scritta e parlata nazionale, lingua rispondente ad una medietà artificiosa delle parlate dialettali (tant’è che il Manzoni purificò l’espressione dei suoi Promessi Sposi in Toscana, al tempo in cui scriveva depositaria del corretto scrivere) e scritturali nazionali; per forza di cose la nostra lingua nazionale perde sfumature, coloriture e specificità.
Oggi non mi è dato conoscere quanti ancora nelle nostre famiglie insegnano ai propri figli bambini di primo impatto il nostro dialetto guglionesano. Complice l’extraterritorialità dei matrimoni contratti in loco o altrove o il vivere la nascita della discendenza in ambienti culturalmente diversi dal nostro, giocoforza fa sì che il primo “imprinting linguistico” è possibile che non sia il dialetto; probabilmente i genitori nell’educazione linguistica dei bimbi, superando il dialetto, opteranno per l’italiano. Posto che a Guglionesi attualmente le nascite nel 2025 si sono attestate sulla ventina, mentre i decessi nell’anno hanno fatto registrare il centinaio, tale preoccupante condizione demografica rende molto probabile che dei venti nati nel 2025 il 50% immigrerà/emigrerà altrove viste le scarse aspettative occupazionali locali dei genitori (Gigafactory docet).
Pertanto l'estinzione del dialetto, come sopra accennato, fondamentalmente ha due cause:
a) L’eterogeneità delle parlate dialettali dei genitori.
b) La non spendibilità del dialetto parlato in altri contesti in cui è d’obbligo avere una sufficiente competenza linguistica orale e scritta dell’uniformante italiano, soprattutto quando il dialetto non è attestato culturalmente (a differenza del dialetto napoletano o romanesco che hanno avuto scrittori di rilevanza nazionale) è segno negativo di arretratezza.
Il dialetto, sebbene per molti compaesani sia stato in passato la cultura comunicativa orale di primo impatto linguistico, è oggi stato superato e surrogato anche dalla graduale introduzione degli oggetti tecnologici nelle nostre abitazioni come è accaduto con gli elettrodomestici, che oramai in cucina la fanno da padrona: lavatrice, frigorifero, cucine a gas che hanno fatto dimenticare: “strqulator, ghiacciaie e frnacell”; mentre nelle case il sistema di riscaldamento a termosifoni ha soppiantato l’antico scoppiettante camino con la relativa catena a cui si appendeva “u callar” per far bollire l’acqua: l’annerito pentolone ramato all’interno in cui a mezzodì o alla sera la massaia cuoceva la pasta.
Nel settore agricolo sono diventati oggi desueti: l’aratro, la zappa, la falce… ovvero “a votaracch, u sarchtell, a favc… u gammghir” a cui si appendeva il maiale sacrificato e poi squartato perché defluisse dentro un catino posto sotto la testa pencolante del maiale il sangue muscolo-scheletrico residuo. In aggiunta, pertanto, la trasmissibilità del dialetto si estingue anche perché vi sono stati rilevanti mutamenti tecnologici; infatti in agricoltura il trattore ha sostituito la trazione animale degli attrezzi un tempo in uso: non c'è più bisogno di falciare il grano, “acchiarlo” e poi accumularlo sull’aia, per farne una “meta” (a mo’ di casupola) per poi dare “in pasto”, i covoni sciolti ad una famelica trebbiatrice (a memoria ricordo quella di ferraglia e legno di colore rossastro dei Rinaldi) con il suo specializzato, funzionale, attivo e instancabile corteo di lavoratori al seguito: un cartello festoso pronto a trebbiare le bionde spighe (le morre).
La mietitrebbiatrice che oggi ha sostituito la trebbiatrice è in grado di cumulare più funzioni separando il grano dalla pula, lasciandosi dietro ad ogni passata di mietuta nel campo una lunga scia di paglia. Spesso integrato ai seminativi che non darebbero reddito sufficiente all’imprenditore agricolo, ad un’azienda viene annessa la filiera della carne. Seminativi e zootecnia sono in grado di fare sistema spesso abbinando l’allevamento alla produzione dei latticini ed a volte approntando ambienti specifici per la macellazione dei bovini, dei maiali, degli ovini allevati. Con l’introduzione di specializzazioni colturali e zootecniche per forza di cose anche il linguaggio nominativo e relazionale è mutato, pertanto le parole correnti tendono ad ignorare gli oggetti desueti di un tempo, né trovano descrizione le funzioni che attraverso semplici manualità gli stessi addetti al mondo agricolo compivano: oggetti come la zappa e l’aratro, oramai appartenenti ad un tempo passato.
C’è tuttavia un paradosso nella riproposizione di scene di vita quotidiana della cultura contadina domestica e paesana da parte di efficaci attori locali che incarnano un’arte teatrale innata forse dal punto di vista espressivo facilitata proprio dal dialettale perfettamente coerente con il “sentire” situazionale guglionesano. Non hanno bisogno i nostri attori dilettanti di una formazione accademica, che invece urge agli attori professionisti che devono colmare il gap che li separa dal loro retroterra e la lingua nazionale; come pure gli attori professionisti devono cambiare maschera a seconda del contesto regionale, nazionale e a volte internazionale che ispira le rappresentazioni teatrali colte. Tant’è che le rappresentazioni teatrali in cartello in questa stagione teatrale, visto il successo di pubblico delle rappresentazioni dialettali, i responsabili dell’attuale stagione teatrale nell’approntare la locandina degli appuntamenti hanno pensato bene di associare al teatro in lingua (poco seguito e costoso, quello in dialetto napoletano ad esempio, a noi comprensibile e soprattutto meno costoso) quello dialettale colto, ad es. Filumena Marturano.
I nostri attori dialettali sfruttano ad hoc in modo ricorsivo le gag della commedia all’italiana o quella meglio e più consolidata della commedia degli equivoci messa in scena dagli attori locali. Sarà nostalgia, sarà curiosità per una reimmersione più o meno fedele nella commedia familiare ed extrafamiliare guglionesana, giocato nei dialoghi sempre sullo sfondo di un sollazzoso divertimento o, sarà peraltro una condivisione identitaria di valori passati che induce ad una finta riappropriazione del tempo andato velato di rimpianto che indugia su “com’eravamo”, magari su una relazionalità desueta oramai anche moralmente superata.
In modo frammentario, in casa nelle famiglie allargate torna il dialetto, causa le frequentazioni occasionali dei figli sposati o conviventi (quest’ultima equiparazione al matrimonio pare sia sempre più frequente anche a Guglionesi), figli che, almeno nelle feste comandate, ritornano nelle case dei padri di entrambe le progenie e, per forza di cose, capita che qualche locuzione dialettale ancora si conservi nei figli. Non dimentico in una conversazione a distanza con mio figlio, che per motivi di lavoro vive altrove, essendomi io dimenticato alcuni fatti accaduti, lo stesso mi apostrofò di rimando “ma ch t si magnet i scqurdarill?”, una locuzione quest’ultima che ho utilizzato raramente. L’episodio dà conto della socialità amicale estesa ai pari del nostro dialetto che ha goduto in passato di una intersoggettività condivisa tra parlanti.
Bene quindi fa Ludovico Mammarella a riproporre termini e locuzioni appartenenti alla nostra cultura orale dialettale poiché rappresenta la nostra prima lingua parlata, che d’altronde non è facile rendere per iscritto, tant’è che nel tentativo spesso maldestro di fissarne i grafemi corrispondenti al parlato il dialetto è soggetto a non poche deformazioni ed interpretazioni grafiche che, non potendo essere di qualche utilità ad un forestiero che volesse rendere la pronuncia, riesce ad essere solo fantasiosa la trascrizione scritta. L’humus del dialetto, di qualsiasi dialetto, è ricco di sinonimi, allocuzioni, di un dire colorito che trasposte nell’italiano corrente inevitabilmente si perdono poiché nella nostra lingua standardizzando la pronuncia e formalizzando la scrittura si cristallizza la lingua. In pratica, uniformando la pronuncia e la scrittura si dovrebbe conseguire (a forza di correzioni grammaticali e sintattiche) il possesso di una parlata e di una scrittura sostanzialmente corretta e corrente in cui la lingua e l’annessa chiarificatrice e complementare letteratura, nei diversi cicli di studi, riescono in verticale a cumulare un monte ore settimanale da fare impallidire le conoscenze scientifiche e matematiche (quest’ultime oggettivamente universali, non come le competenze linguistiche nazionali che hanno un ambito di parlanti spesso ristretto, mai universale).
Fosse solo la formalizzazione della scrittura a rendere obsoleto il dialetto!... A spersonalizzare l’ignaro studente ci si mette pure l’attuale, facilmente acquisita, tecnologia della tastiera i cui caratteri universali rendono le espressioni di qualsiasi tipo fredde e impersonali. Purtroppo l’estinzione del nostro dialetto va di pari passo con il decremento demografico locale (i parlanti dialettali sono sempre più attempati, magari soddisfatti della vita che si sono concessa, una longevità forse favorita anche dalla socialità del dialetto!), nonché con la sovrabbondante offerta abitativa (meno persone occupano gli spazi abitativi, meno persone parlano: il nostro paese, per via della desertificazione abitativa, facilmente percepibile soprattutto nel centro storico in forte stato di degrado, sta diventando un paese muto). Sembra che i guglionesani lascino disabitate all’incirca il 50% delle case (molte abitazioni erano state costruite, ristrutturate e modernizzate, se cadute in eredità, con l’intento di farle occupare dai figli una volta prossimi al matrimonio).
In passato l’abitazione era anche un investimento: l’accorto contadino voleva vedere materialmente fruttare i suoi sudati risparmi, pertanto investiva “nel mattone”. Ad oggi, tuttavia, ai figli che hanno seguito il lavoro in altri contesti sociali, le abitazioni urgono nelle città che hanno offerto loro il lavoro, pertanto larga parte delle abitazioni per vari motivi a Guglionesi resta inutilizzata. Ma in questo spropositato e poco lungimirante immobilizzo di proprietà mute, un tempo diventato bene rifugio, con il senno di poi oggi diventa necessario tener presente il rovescio della medaglia posto che sui beni immobili censiti, soprattutto sulle seconde case (come sull’auto: un bene mobile registrato) si accanisce la fiscalità generale e non di meno sull’immobile, in aggravio, pesano le bollette delle utenze domestiche pur sempre legate all’abitabilità delle case, anche se inutilizzate: sono pertanto i Comuni, lo Stato e le società fornitrici dei servizi all’utenza a giovarsi delle entrate che le svariate esazioni impongono. Per pagare è sufficiente essere in vita: i diritti sono aleatori, i doveri, soprattutto quelli legati all’esazione, sono certi. Non ho trovato un detto o un proverbio equivalente nel nostro amabile dialetto ma ricordo un motto di un presidente USA di cui mi sfugge il nome: “solo la morte e le tasse sono sicure”.
Scrivo oggi, dopo aver seguito domenica primo marzo 2026 il quizzettone strutturato dalla Pro Loco di Guglionesi, cui devo fare un plauso per l’impegno profuso dagli attivisti nell’organizzare la manifestazione: un’ondata giovanilistica che lascia ben sperare per il futuro del nostro dialetto.
Arcangelo Pretore, 3 marzo 2026
