Aggiornato:
07/03/2026 ● Cultura
Narciso e Eco
Giorgio Senese ● 100
Un altro dei miti più celebri della mitologia greca è certamente quello raccontato in modo famoso dal poeta latino Ovidio nelle Metamorfosi. Una storia d’amore struggente e non corrisposto, orgoglio e trasformazione. La storia di Narciso ed Eco.
Eco era il nome di una ninfa dei boschi, bella e vivace, ma con un difetto: parlava troppo.
Amava chiacchierare e riusciva a intrattenere chiunque.
A Era (Giunone), sorella e poi moglie di Zeus e come tale Regina degli dei, piaceva tanto parlare con lei. Veniva così tanto distratta dalla sua parlantina, che non si accorgeva che quel birbante di Zeus ne approfittava per intrattenersi con altre ninfe.
Ma la sua proverbiale gelosia, nel tempo, ebbe la meglio e quando scoprì le malefatte del galletto, non se la prese con lui, ma con lei.
Così l’ira di Era punì la logorroica ninfa. Da quel momento Eco non avrebbe più potuto parlare liberamente. Poteva soltanto ripetere le ultime parole dette da qualcun altro.
Con una condanna simile, estremamente addolorata per non poter esprimere i propri pensieri, Eco si rifugiò nei boschi.
La volta scorsa abbiamo visto come Adone fosse bello da far girar la testa ad ogni donna, ma non era il solo. C’era un altro giovane di straordinaria bellezza, figlio del dio-fiume Cefiso e della ninfa Liriope. Si chiamava Narciso. Alla sua nascita, un indovino predisse che sarebbe vissuto a lungo, a patto che “non conosca mai sé stesso.”
Crescendo, Narciso divenne così bello che molti si innamoravano di lui.
Dico molti perché non faceva differenza se erano uomini o donne. Lui però rifiutava tutti con freddezza e disprezzo.
Il destino volle che un giorno Eco vedesse Narciso mentre cacciava nel bosco e se ne innamorò perdutamente. Prese a seguirlo tra gli alberi, senza poter parlare per prima.
A un certo punto però Narciso, sentendo dei rumori, gridò: “C’è qualcuno qui?”
Eco rispose: “Qui!”
Lui disse: “Vieni!”
E lei, felice, ripeté: “Vieni!”
Quando finalmente gli si avvicinò per abbracciarlo, Narciso nella sua consueta arroganza la respinse con durezza: “Piuttosto morire che concedermi a te!” le disse.
Eco si sentì umiliata, ma poté solo ripetere: “A te…”
Così spezzata dal dolore, tornò a nascondersi nei boschi e con il tempo, per non essere stata corrisposta, le sue ossa si mutarono in sasso; di lei rimase solo la voce.
Quella voce che ancora oggi ripete le parole tra le montagne.
Ma Narciso non la passò liscia. Gli dei avevano seguito la vicenda della povera ninfa e decisero di punire Narciso per la sua crudeltà .
Un giorno, andando a caccia tra i boschi ebbe sete. Trovò una fonte limpida e vi si chinò per bere. Nell’acqua vide un volto meraviglioso e se ne innamorò all’istante.
Doveva essere un po’ tonto perché non capì che si trattava della sua stessa immagine.
Cercava di toccarla, ma l’immagine svaniva al contatto del dito con l’acqua. Tornava però, quando l’acqua si calmava e Narciso restò lì, incapace di staccarsi.
Qui le versioni sono due: morì di dolore oppure cadde dentro annegando.
Comunque sia il giovane si consumò d’amore per sé stesso e dal suo nome deriva il termine narcisismo, che indica appunto, un eccessivo amore per sé stessi.
Al suo posto nacque un bellissimo fiore bianco e giallo che porta il suo nome: il narciso.
Circe (Antonio Scardocchia 2024)
