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16/03/2026 ● Cultura
La voglia di guerreggiare
Redazione FPW ● 162
Nel corso della storia l’umanità ha spesso proclamato il desiderio di pace, mentre nei fatti ha continuato a prepararsi alla guerra. È una contraddizione antica quanto la civiltà stessa: da un lato la consapevolezza che la convivenza tra i popoli sia la condizione necessaria per il progresso comune, dall’altro una persistente inclinazione al conflitto, alimentata da paure, interessi e rivalità .
Nel mondo contemporaneo questa tensione non è scomparsa. Anzi, sembra talvolta riaffiorare con forza. Le crisi geopolitiche, le competizioni economiche e le dispute territoriali alimentano una narrativa nella quale la forza torna a essere presentata come strumento legittimo di risoluzione delle controversie. In molti contesti politici la retorica della sicurezza e della difesa nazionale finisce per giustificare investimenti sempre più ingenti negli armamenti e nella preparazione militare, mentre il linguaggio della cooperazione internazionale appare più fragile e meno convincente.
La “voglia di guerreggiare†non si manifesta necessariamente come desiderio esplicito di conflitto armato. Spesso prende forme più sottili: la logica dei blocchi contrapposti, la diffidenza verso l’altro, la tendenza a leggere il mondo in termini di alleati e nemici. In questo clima si rafforzano le identità chiuse e si indebolisce la fiducia nelle istituzioni internazionali, percepite come incapaci di garantire equilibrio e giustizia.
Le conseguenze non restano confinate alle relazioni tra Stati. Il clima di tensione internazionale filtra nelle società , influenzando il dibattito pubblico e i comportamenti collettivi. Quando il mondo appare diviso e minaccioso, cresce la tentazione di semplificare la realtà : si cercano capri espiatori, si alimentano narrazioni polarizzanti, si riduce lo spazio per il confronto e la complessità . La cultura del conflitto tende così a riprodursi anche all’interno delle comunità .
In questo senso la guerra, anche quando rimane lontana geograficamente, esercita un effetto simbolico potente. Modella il linguaggio politico, irrigidisce le posizioni e rende più difficile immaginare soluzioni condivise. La competizione permanente diventa un paradigma non solo nelle relazioni internazionali, ma anche nell’economia, nella politica interna, perfino nei rapporti sociali.
Eppure, proprio in un contesto segnato da tensioni e rivalità , la convivenza tra i popoli resta l’unica prospettiva realistica per il futuro. In un mondo interdipendente, dove le sfide globali — dal cambiamento climatico alle migrazioni, dalle pandemie alle disuguaglianze — non conoscono confini, la logica del conflitto permanente appare sempre più anacronistica. "Se per un anno non si fabbricassero le armi, si risolverebbe il problema della fame nel mondo" (Papa Francesco).
Riconoscere la persistenza della “voglia di guerreggiare†non significa accettarla come destino inevitabile. Significa piuttosto interrogarsi sulle condizioni culturali e politiche che la alimentano. La pace, infatti, non è semplicemente l’assenza di guerra: è un progetto collettivo che richiede istituzioni solide, fiducia reciproca e una narrazione del mondo capace di valorizzare la cooperazione invece dello scontro.
Se la storia dimostra quanto sia facile scivolare verso il conflitto, il compito delle società contemporanee è forse proprio quello di resistere a questa tentazione. Non perché la pace sia un’utopia ingenua, ma perché la guerra, nella sua distruttività , è pur sempre una sconfitta condivisa.
