Aggiornato:
11/06/2026 ● Agricoltura
Agricoltura nel baratro
Giorgio Scarlato ● 58
L’Agricoltura italiana, in particolar modo quella meridionale, è in una crisi profonda da oltre venti anni, ma in quest’ultimo decennio, soprattutto quella monoreddituale è alla canna del gas, è allo stremo, e questo anche le pietre lo sanno a differenza di chi di dovere che si gira dall’altra parte.
Un settore da sempre “sacrificato”, e ora ancor di più, per avvantaggiare il settore industriale.
Eppure il settore agricolo pur essendo un pilastro del Paese con oltre 1,1 milione di aziende agricole e più di 5,5 milioni di euro di valore di produzione, con meno impatto ambientale (meno trasporti), sostenitore dell’economia locale e produttore di derrate di qualità e tradizione, ….. nulla si fa.
Sta scomparendo, vedasi le tante stalle vuote, al nord come al sud, come le migliaia e migliaia di aziende agricole chiuse e molte portate sui tribunali per fallimento, nel dimenticatoio col silenzio di tanti.
Il tanto propagandato Made in Italy vale tantissimo per l’agroalimentare e nulla per la terra e per chi la lavora.
Si evidenzia in modo incontrovertibile una forte incongruenza sia politica che istituzionale rispetto agli attuali indirizzi che stanno interessando il comparto agricolo nazionale ed europeo. E ciò da tempo.
Soggetti politici che hanno sostenuto o recepito accordi commerciali extraeuropei (si ricordano i passati “Green Corridor”, il “CETA”, il mancato “TTIP” o come gli attuali trattati quali il “Mercosur”, quello con l’India, l’altro con l’Australia e i prossimi col l’Africa settentrionale e, ciliegina sulla torta, con il Messico), e poi, allo stesso tempo promuovono iniziative “pro Made in Italy”.
Nemmeno bisogna dimenticare le “strategie” del tanto osannato “Piano Mattei” che prevedono accordi con alcuni Paesi africani sostenuti da organizzazioni di rappresentanza agricola, istituti bancari, e società industriali di energia.
Scelte, tutte, di accordi e trattati “a perdere” per l’agricoltura nazionale delle piccole e medie aziende che le affosseranno.
Allo stesso tempo ci saranno aumenti sconsiderati di importazioni di derrate che minimamente terranno in considerazione gli standard europei sotto il profilo ambientale, di salubritĂ e di produzione (sfruttamento del lavoro).
Un mondo agricolo lasciato in balìa da politici e funzionari, forse poco interessati, a difendere la nostra sovranità alimentare, le nostre derrate, quelle del vero Made in Italy.
Si sono dati da fare in maniera tale da …” cambiare tutto per non cambiare nulla”.
Pare esserci un pensiero unico tra gli “interessati del settore” in sintonia con l’economia liberista – capitalista – globalizzata, sbilanciato e truccato contro le piccole e medie aziende agricole, sicuramente inadeguate ai tempi odierni per le tante agricolture italiane: quello di farle morire in modo lento.
Ed ecco arrivare al fulcro del problema che tutti devono difendere: la questione dell’origine del Made in Italy agroalimentare.
La sua definizione è essenziale perché dipende da essa il valore delle filiere, il reddito dei contadini, la chiarezza di chi compra e la trasparenza verso i consumatori.
Perché così com’è strutturato il Made in Italy non difende chi produce la materia prima, la derrata; difende e arricchisce chi la trasforma.
Per essere più chiari: conta il grano o il pastificio? Conta l’uva o la cantina? Conta l’olio o il frantoio?
La realtà , amara, peggio del fiele, è sotto gli occhi di tutti, o almeno di quelle persone che vogliono vedere: grano extraeuropeo che trasformato in Italia diventa pasta Made in Italy, così per l’olio ed altro.
E’ chiaro che tale sistema ha premiato finora sempre la trasformazione industriale e non la produzione agricola, ha “premiato” chi usa il Made in Italy e non chi lo difende producendo la materia prima.
Perché difendere il 100% Made in Italy significa difendere il piccolo e medio produttore, l’anello debole della filiera, difendere la terra, le filiere del lavoro, i territori, le comunità , le “sentinelle” a mensile zero” che vivono e lavorano in quei luoghi.
Il Made in Italy è tutelato dal D. L. 135/2009 convertito in Legge dalla 166/2009.
Materia prima, trasformazione, lavorazione e confezionamento…. tutto italiano.
E’ bene ribadirlo che il 100% Made in Italy non è una etichetta da appioppare alla confezione, ma è un valore altamente identitario!
E’ quel dare valore alla materia prima, quel dare forza contrattuale al contadino, quel rendere chiaro, trasparente il mercato e non per ultimo, quell’impedire che il prezzo venga svalutato da una concorrenza sleale costruita su filiere globali “travestite” da nazionali.
E’ giunto il tempo di una rivolta pacifica ed intelligente sia dei contadini che dei consumatori nel pretendere, i primi la certezza della redditività , ed i secondi la qualità delle derrate per sapere cosa mangiano diventando "consum..attori"
Conclusione.
Difendere il Made in Italy con leggi doganali che dimenticano di tutelare le piccole e medie aziende agricole, quelle della filiera corta, quelle che pagano gli accordi, i patti tra l’agroalimentare delle grandi imprese che etichettano con il tricolore dove conviene di più, e la Grande distribuzione organizzata, significa accentuare il grave momento di crisi che attraversa “quel mondo agricolo” e portarlo lentamente alla morte produttiva, economica e sociale.
E’ ora che tutti i politici italiani, siano essi al Parlamento nazionale o europeo, rispetto al loro grado di responsabilità , si facciano il proprio esame di coscienza e concretizzino azioni atte a salvaguardare questa parte di mondo agricolo, quello vero, perché non può e deve morire.
E' ora di dire: Basta!
Le promesse ora devono essere concretizzate sia per questo “mondo agricolo”, quello vero, che per tutti gli Italiani - consum..attori.
Si termina con un pensiero di Pier Paolo Pasolini:
“ Il giorno in cui questo Paese perderà contadini e artigiani non avrà più storia.”
Ci si augura che non accada...MAI.
Termoli, 10 giugno 2026
Giorgio Scarlato
Comitato spontaneo agricolo “Uniti per non morire” /COAPI
