FUORI PORTA WEB
BLOG FONDATO NEL GIUGNO DEL 2000

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Un viaggio nella cultura non ha alcuna meta: la Bellezza genera sensibilità alla consapevolezza.

Luigi Sorella (blogger).
Nato nel 1968.

Operatore con esperienze professionali (web designer, copywriter, direttore di collana editoriale, videomaker, fotografia digitale professionale, graphic developer), dal 2000 attivo nel campo dell'innovazione, nella comunicazione, nell'informazione e nella divulgazione (impaginazioni d'arte per libri, cataloghi, opuscoli, allestimenti, grafiche etc.) delle soluzioni digitali, della rete, della stampa, della progettazione multimediale, della programmazione, della gestione web e della video-fotografia. Svolge la sua attività professionale presso la ditta ARS idea studio di Guglionesi.

Come operatore con esperienza professionale e qualificata per la progettazione e la gestione informatica su piattaforme digtiali in possesso delle certificazioni European Informatics Passport.

Il 10 giugno del 2000 fonda il blog FUORI PORTA WEB, tra i primi blog fondati in Italia (oltre 4.000.000 visualizzazioni/letture, cfr link).
Le divulgazioni del blog, a carattere culturale nonché editoriale, sono state riprese e citate da pubblicazioni internazionali.

Ha pubblicato libri di varia saggistica divulgativa, collaborando a numerose iniziative culturali.

"E Luigi svela, così, l'irresistibile follia interiore per l'alma terra dei padri sacra e santa." Vincenzo Di Sabato

Per ulteriori informazioni   LUIGI SORELLA


02/09/2026 ● Cultura

Sacralità dei valori

Rendere l’italiano accessibile è più importante che renderlo inclusivo.

  Mario Vaccaro ● 142


Crisi dei valori. Locuzione tanto diffusa da essere entrata di diritto nella categoria “luoghi comuni”. Spesso è “non c’è più religione” l’espressione con cui, in sostanza, si intende esprimere il medesimo concetto. L'etimologia, madre delle spiegazioni di ogni parola di derivazione latina, restituisce la portata della relativa importanza: il richiamo è al “valere”, all’”essere forte”, “essere valido”. A volte si preferisce l’altro sostantivo, definendoli principi. L’esito non cambia: l’etimo, letteralmente “prendere per primo”, conduce al significato di “fondamentale”. E infatti i valori sono essenzialmente i principi etici e gli ideali che una società ritiene appunto necessari alla propria esistenza. Roba seria insomma.

Orbene, nelle nostre moderne democrazie laiche, pluraliste, il problema della decadenza dei valori si avverte in maniera allarmante. Non credo se ne soffra allo stesso modo nei Paesi improntati al totalitarismo che, in quanto confessionali, sono dediti all’osservanza di principi assoluti, di carattere politico o religioso. D’altronde la sedicente superiorità politico-culturale dell’Occidente è convinzione basata proprio sul “dubbio sistematico”. Di certo è un efficace strumento conoscitivo, su cui ha fatto leva il progresso occidentale. E tuttavia la dichiarata consapevolezza dell’inesistenza di Verità oggettive (a dire il vero vi sono leggi scientifiche – si pensi a quella di Archimede – che in determinate condizioni possono essere considerate tali, in quanto valide in ogni tempo e luogo) rappresenta il principale inciampo per l’affermazione dei valori.

Infatti se, come detto, essi sono il fondamento di un patto sociale, vi è comunque bisogno che, alla strega dei principi assoluti, siano inopinabili.


Apro una parentesi. Chi si occupa di evidenziare l’importanza dei valori, veicolandone la diffusione? Ovviamente i migliori tra noi. Ed infatti sono le arti, la letteratura in particolare, ad assolvere questa funzione pedagogica. Risalendo alle origini della nostra cultura, la Grecia antica ha utilizzato la narrazione mitica per disseminare i valori. Si sa, la conoscenza della realtà è il risultato di un apprendimento dei fatti non diretto, ma mediato, dunque la narrazione è lo strumento per accrescere la consapevolezza umana. E come il sesso si serve della piacevolezza affinché si assolva una fondamentale funzione biologica, una trama letteraria è strutturata in modo da ottenere un ampio gradimento, quale efficace veicolo per diffondere i valori ivi contenuti.

Per molti secoli la trasmissione del valori, seguendo la tradizione – da “traditio”’, consegna – è stata svolta in maniera impeccabile. L’efficacia del meccanismo per la “pedagogia delle masse” comincia ad incrinarsi con l’avvento dell’Illuminismo. Da lì è stato piantato il seme che ha condotto alla fioritura delle moderne democrazie occidentali. Certo, predicare l’emancipazione dell’individuo, invitandolo a servirsi del proprio intelletto, senza dipendere da guide altrui, è cosa buona e giusta. “Sapere aude”, il motto dell’Illuminismo, ovvero l’invito ad avere il coraggio di servirsi della propria intelligenza, non può non dirsi un’esortazione più che legittima. Ad oltre tre secoli di distanza, tuttavia, quell’”osa sapere” resta un cantiere tutt’ora aperto. D’altronde se l’autonomia di pensiero fosse una skill diffusa, concedetemelo, le destre reazionarie non riceverebbero il consenso attuale.


Dunque l’affermazione del principio pluralistico, che di fatto è la proiezione dei diritti della persona nell’ambito delle formazioni sociali, è faccenda problematica. Se a tutti i principi espressi va riconosciuta pari dignità, le Istituzioni dovrebbero garantire una sintesi etica condivisa. E se la sintesi non si opera? Permane la frammentazione etica, che può sfociare nel relativismo etico. Il pluralismo postula la convivenza di valori diversi, riconoscendo loro una base etica minima. La pari dignità dei valori non implica tuttavia l’inesistenza di principi morali assoluti, universali. In questo momento storico, e su questo si sta riflettendo, riaffermarli è diventata una questione da un milione di dollari. Soffermarsi sul tema del relativismo etico implicherebbe spendere fiumi di parole su (falsi) problemi della contemporaneità quali la cultura Woke, la Cancel Culture e l’eccessivo ricorso al politically correct. Sarò lapidario. Ogni gruppo sociale è portatore di principi e valori per i quali, come detto, è giusto rivendicare pari dignità. Battersi affinché si affermino a discapito degli altri è cosa diversa. E già, se tutti credono di aver ragione, allora nessuno ha ragione. Relativismo etico, appunto.

Riprendendo il filo del discorso, una società pluralista ha comunque bisogno, per il proprio funzionamento, di stabilire “regole” che non possano essere messe in discussione. Come si fa? Semplice, “come facevano gli antichi”.

C’è una parola magica che sfugge a tutti quelli che oggi, invocando vendette culturali, vorrebbero revisionare pezzi di realtà appartenenti al passato e che si vorrebbe, appunto cancellare. Mi limito a far presente a costoro che è un tratto tipico dei totalitarismi tentare di annientare gli avversari cancellando la relativa cultura. La parola magica è “convenzione”. Prendo la scorciatoia di un esempio di attualità. Non occorre scomodare de Saussure per comprendere che nel linguaggio il significante (forma sonora) ed il significato (il concetto espresso) hanno un legame arbitrario. E, ad esempio, l’odiato plurale delle parole nel genere maschile è frutto di una convenzione. In generale voler pesare le parole, giungendo a censurarle se giudicate indegne di essere pronunciate, è quantomeno ingenuo. Le parole in sé non sono buone o cattive. Assumono una connotazione chiara a tutti solo quando inserite in un contesto. I linguisti direbbero che non sono i fonemi ad avere significato, ma la loro combinazione, ovvero i morfemi. In origine la parola nero aveva carattere negativo, ed il bianco positivo? Certo che no. Altrettanto certo è che nel corso dei secoli la parola “nero” è stata associata a contesti caratterizzati da negatività. La stratificazione operata nel tempo ha fatto sì che in determinati contesti il termine sia diventato problematico. E quindi? Cancelliamo la parola? Sono i contesti da mettere in discussione, le culture che hanno ostacolato l’inclusione, non le parole in sé. “Nigger” in USA ha significato dispregiativo, mentre in italiano negro indica il solo colore. E così, per mero colonialismo culturale, decenni dopo Vianello scopre di essere un razzista nei confronti dei Watussi.

Forse rendere l’italiano accessibile è più importante che renderlo inclusivo.


Terminata l’escursione nel territorio delle ideologie deboli, riannodo i fili della questione. Come detto, convenzionalmente facciamo finta che alcuni valori siano assoluti. Come si attua la finzione? Si estrapolano dalla dimensione ordinaria per essere traghettati nella dimensione sacra. Precisazione: non confondiamo il sacro quale dimensione di pertinenza esclusiva della religione. Sacro deriva, guarda un po’, dal latino. Indica qualcosa che esula dalla realtà ordinaria. Domiciliando un dato della realtà ordinaria in questo “altrove”, esso diventa ineffabile. Non può, appunto, essere messo in discussione.


Per rendere evidente a tutti che qualcosa è sacro si ricorre spesso a specifiche ritualità. Per la consacrazione, l’ingresso nella dimensione del sacro, si attinge ad una precisa simbologia. La liturgia prevede il ricorso ad elementi teatrali, drammatici, per indurre emozioni nei partecipanti e favorire il processo di identificazione. Sia i riti religiosi che laici servono a reificare entità astratte, come ad esempio Chiesa e Patria, inducendo a ritenerle realtà oggettive, realmente esistenti ed indipendenti dagli individui che le hanno create. E indubbia, oltre all’esistenza, è la relativa efficacia. Nel rito dell’Eucarestia il sacerdote, che come essere umano è ovviamente imperfetto, opera il miracolo della transustanziazione. Egli potrebbe, come individuo, essere dedito a comportamenti indegni. Eppure ogni volta il miracolo di trasformare ostie e vino in Corpo e Sangue di Cristo si compie, indefettibilmente. E così, nella sfera civile, il giudice quando emette la sentenza non sbaglia mai. Quando indossa la toga e condanna il reo, anche se innocente, “Giustizia è fatta”. E considerato l’attuale periodo storico, perché non parlare del rito della guerra? In tempo di pace chiunque, fabbricando un ordigno e compiendo una strage, verrebbe braccato fino in capo al mondo per essere punito. Lo stesso comportamento, nel rito della guerra, lo vedrebbe assegnatario di una medaglia al valore. Oppure, nel campo dei diritti, se un cittadino intralciasse deliberatamente il traffico verrebbe arrestato per interruzione di pubblico servizio. Durante il rito dello sciopero tale comportamento sarebbe giudicato lecito.


Tutto questo pippone per dire cosa? Nietzsche a fine ‘800 aveva profetizzato la morte di Dio, ovvero l’avvento di una società nichilista. Ci ha preso. Dubito si possa invertire la rotta. Certo è che, se si volesse farlo, occorrerebbe concepire una moderna liturgia per officiare i valori della società a venire. Si dovrebbe tuttavia attingere a riserve di intelligenza non artificiale che, pare, si stiano prosciugando.

Fare retorica su “Dio, Patria e famiglia” è indubbiamente profittevole a fini elettorali. Resta il fatto che sono istituzioni che si reggono … traballano su principi in crisi ormai da lungo tempo.

Concludendo, ecco la questione: Vannacci ci è o ci fa? Questione opinabile.

Indubbio, invece, è che i pesci abboccano sempre all’amo.


MV



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