04/09/2026 ● Politica
Il voto e le regole del gioco
Redazione FPW ● 223
Il confronto tra le diverse stagioni elettorali va letto anche alla luce delle continue trasformazioni della legge elettorale. Dalla Prima Repubblica alla Seconda, e fino all'attuale sistema, le regole con cui vengono tradotti i voti in seggi hanno influenzato profondamente la formazione delle coalizioni e le strategie dei partiti.
In Italia, non di rado, la legge elettorale è stata modificata proprio alla vigilia di un nuovo appuntamento con le urne, spesso da maggioranze politiche consapevoli di avvicinarsi alla fine della legislatura. Il passaggio dal sistema proporzionale ai meccanismi maggioritari degli anni Novanta favorì la nascita delle grandi coalizioni pre-elettorali; successivamente, nuove riforme hanno nuovamente modificato gli equilibri, incidendo sulla struttura delle alleanze e sulla competizione tra i partiti.
Anche la prossima elezione politica si inserirà dunque in questo processo di trasformazione. Le coalizioni con cui gli italiani saranno chiamati a scegliere il nuovo Parlamento dipenderanno non soltanto dai rapporti di forza tra i partiti, ma anche dalle regole elettorali con cui quei voti saranno trasformati in seggi.
È una costante della storia repubblicana: cambiano i partiti, cambiano le coalizioni e, talvolta, cambiano le regole prima ancora del voto. Per questo i grandi risultati del 1948, del 2008 e del 2014 appartengono a contesti politici e istituzionali differenti. Il numero può essere confrontato; la storia che lo ha prodotto, molto meno.
C’è un numero che nella storia elettorale italiana non è mai stato superato: 48,51%. È la percentuale ottenuta dalla Democrazia Cristiana alle elezioni politiche del 18 aprile 1948, quando la DC raccolse alla Camera 12.740.042 voti e conquistò da sola la maggioranza assoluta dei seggi.
Fu il momento di massima forza elettorale di un singolo partito nella storia della Repubblica. Il quinto governo De Gasperi nacque tuttavia come esecutivo centrista, sostenuto da Democrazia Cristiana, Partito Repubblicano Italiano, Partito Liberale Italiano e Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Nel complesso, le forze della maggioranza rappresentavano oltre il 60% dei voti.
Quel risultato apparteneva a un'Italia appena uscita dalla guerra, nella quale la contrapposizione tra grandi culture politiche aveva assunto una dimensione quasi esistenziale. La Democrazia Cristiana rimase il principale partito italiano per tutta la Prima Repubblica, pur senza mai ripetere il risultato del 1948. Nel 1953 scese al 40,1%, nel 1958 risalì al 42,4%, mentre nel 1963 si attestò al 38,3%. Negli anni successivi il consenso democristiano continuò lentamente a ridursi, fino al 34,3% del 1976 e al 32,9% del 1983.
Nel frattempo cresceva il Partito Comunista Italiano, che raggiunse il suo massimo storico nel 1976, con il 34,4%. Quella tornata rappresentò l'apice della grande competizione tra DC e PCI, due partiti che insieme raccoglievano oltre i due terzi dell'elettorato italiano.
La geografia politica cominciò poi a cambiare, a partire dal 1978 con l’assassinio di Aldo Moro, generando la premessa decadenza della prima Repubblica.
Nel 1987 la DC rimase al 34,3%, mentre il PCI scese al 26,6%. Nel 1992, alle ultime elezioni della Prima Repubblica, la DC ottenne il 29,7% e il sistema dei grandi partiti di massa mostrava già evidente il declino inesorabile che sarebbe esplosa poco dopo sotto la spinta giudiziaria dei finanziamenti ai partiti.
Con gli anni Novanta arrivò la trasformazione del sistema politico. La certificazione della fine della Prima Repubblica, il crollo dei partiti tradizionali e l'introduzione di meccanismi elettorali in parte maggioritari favorirono la nascita delle coalizioni pre-elettorali. Il consenso non si sarebbe più misurato soltanto sulla forza dei singoli partiti, ma anche sulla capacità di costruire alleanze.
Nel 1994 Forza Italia di Silvio Berlusconi ottenne il 21% alla Camera e divenne il principale partito della nuova stagione politica. Nel 1996 fu invece l'Ulivo di Romano Prodi a prevalere come principale schieramento di centrosinistra, mentre il sistema continuava a evolversi attraverso nuove leggi elettorali e nuove formule di coalizione, preservandone l’instabilità governativa dentro il sistema aggregativo del bipolarismo.
Il punto più alto della Seconda Repubblica, considerando il consenso delle coalizioni, arrivò con le elezioni del 2008. Il centrodestra guidato da Berlusconi raccolse complessivamente circa il 47% dei voti e conquistò una larga maggioranza parlamentare. Il Popolo della Libertà, da solo, ottenne il 37,4% alla Camera. Ma neppure quella maggioranza portò storicamente a termine il mandato elettorale.
