28/10/2026 ● Cultura
Dimenticare non è una virtù
Vincenzo Di Sabato ● 164
“Quelli eran giorni”! Ma non quei giorni felici cinguettati da Gigliola Cinguetti nel 1968. Eran giorni
infelici, terribili, nell’ottobre e a novembre dell’anno 1943. Maria
“Cirella” (figliola di ‘Ndino Cola-Cirella”) - più grandicella di me – per caso
me li riporta in mente in primavera, a poche settimane dal suo migrare verso la
Città Futura, avvenuto il 28 aprile scorso. Il delizioso confabulare
vespertino, spalanca la mia memoria bambina e – frugandola in profondità -
rintraccio una teoria di innocenze e di orrori – e ahimè - anche le maglie
ferrigne dei primi grossi camion “Tiger” della Germania nazista, che irrompono
in paese; e dei tre carri armati corazzati, che raspano e sgranano la
mansuetudine della nostra bella Piazza; ne imprimono lunghi tatuaggi e
rasentano l’antica elegante fontana a doppio getto, realizzata nel 1889 ma che,
assieme alla sua acqua limpida, forse anch’essa, in quel funesto <1° ottobre
1943, venerdì!> - avrà croccolato infausti presagi.
Intanto qui, a Guardialfiera, discendono da Casacalenda autocolonne
tedesche e riversano squadroni di mìliti, che sfondano infissi e porte alle
case, le sconquassano; le saccheggiano. Altri plotoni, più garbati, vanno
in cerca di edifici decorosi per installarvi comandi, reparti, pattuglie, telefoni.
Due “guerriglieri”, con fucili mitragliatori ed elmetto, chiedono del Podestà.
Lo rintracciano, e da lui esigono uova, pollame, lardo. Verso mezzogiorno i
cieli fiammeggiano di bombardieri calati, ‘sta volta a bassissima quota, e
preceduti dai due caccia d’avanguardia, scatenando in paese inquietudine e
scompigli.
Al primo pomeriggio vengono reclutati trenta uomini per traslocare a spalla
numerosi soldati feriti attraverso una mulattiera sgangherata – lunga 18 km -
fino a Castelmauro, dov’era allestito un ospedale da campo. L’aria è lacerata
da fischi e fragori di cannonate incessanti, provenienti dalle truppe alleate
appena arrivate sul Colle Cece di Casacalenda, e puntano in direzione di
drappelli germanici, in ritirata, nell’altra sponda del Biferno, Noi siamo nel
mezzo.
Si ha notizia, intanto, di Peppe Pepe, cantore in Cattedrale e impavido
contadino il quale, illuso di poter spaventare due soldati in movimento verso
la sua masseria, imbraccia un vecchio fucile da caccia, ma è preceduto da
raffiche di mitra che lo straziano riverso. Filomeno Fiorilli e Giuseppe
Listorti, scambiati per spìe, son ritrovati giorni dopo, con toraci squarciati,
in due fosse adiacenti, scavate dalle loro stesse mani. Altro proiettile si
schianta nei pressi d’una costruzione rustica, in contrada “Colle Falcone”, e
sconquassa una famiglia di mezzadri. Gli alleati seguitano, frattanto, a
bombardare le periferie di Guardialfiera e colpiscono a morte due fratellini:
Agelomichele e Antonio d’Elisijs, di sedici e quattordici anni. C’è panico! Le
autorità spronano l’evacuazione dal paese. E fu davvero “Guerra nel Molise”,
guerra in casa nostra, proprio com’è il titolo che Ada Trombetta, assegna nel
1993 al suo straordinario e sostanzioso volume celebrativo.
Fra lo sgomento, le nostre donne, racimolate e sistemate l’essenzialità dentro
cesti e canestri, chiudono le case, e se li pongono sul capo. E adulti,
bambini, e somari, capre e maiali - tutti in cammino - verso ignoti tuguri, o
casette, o masserie: luoghi disparsi e dispersi, rifugi segreti ma che, in quei
giorni, si rivelano i più adatti a salvaguardare il popolo dal peggio.
Nelle varie stamberghe c’è fame nera. E, in quella miseria comune, rifulge la
ricchezza di una solidarietà spontanea. Donne e uomini sconosciuti, si dividono
e condividono, nel dolore, l’unico pezzo di pane, dando vita ad una istintiva e
commovente fratellanza. Attorno ad un grande falò acceso nel “mandrone”, cioè
nel recinto per il gregge, don Antonio Lalli ci narra questo raccontino di
Oscar Wilde:
“Un usignolo decide di sacrificare la propria vita, per consentire ad un
giovane studente innamorato di avere una rosa rossa da far dono alla sua
ragazza prediletta". Ma ne trova solo una bianca. Ma l’uccellino stringe
il suo petto contro una spina, fa uscire qualche goccia del proprio sangue, per
colorare di rosso la rosa bianca, e cantando tutta la notte, fino a morire”.
