31/10/2026 ● Agricoltura
Il silenzio del mondo contadino. "Quinto Stato"?
Giorgio Scarlato ● 46
Di fronte alla distesa
di terra spaccata dal sole che caratterizza le colline del Basso Molise, c’è un
silenzio che fa più rumore di una protesta in piazza. È il silenzio
dell’agricoltura molisana, un comparto vitale che oggi non combatte più contro
i capricci delle stagioni, ma contro una crisi sistemica che ne minaccia
l'esistenza stessa.
Mentre i costi di produzione continuano a salire vertiginosamente a causa dei
rincari dei concimi, prodotti fitosanitari, costi irrigui insostenibili e non
per ultimo del gasolio, i ricavi restano ancorati a logiche di mercato vecchie
di trent'anni grazie ad una concorrenza sregolata senza alcun controllo.
Il paradosso si è compiuto: oggi nel Sud
Italia lavorare la terra non basta più per vivere, e il sudore di un anno
intero serve a stento a coprire i debiti contratti per seminare.
Il Mezzogiorno sta pagando il conto più salato della crisi climatica globale.
Le dinamiche stagionali si sono capovolte in un'altalena distruttiva. Mesi di
caldo record e l'assenza prolungata di piogge costringono gli agricoltori a
turni straordinari e gravosi di aratura e irrigazione di soccorso. Oltre il 60%
del territorio nazionale ha sofferto stress idrici estremi quest'anno.
Quando l'acqua arriva, si abbatte violentemente sotto
forma di nubifragi distruttivi. I terreni argillosi non assorbono l'impatto,
trasformando i campi in paludi che soffocano le radici e distruggono i raccolti
prima ancora che possano essere protetti.
In Molise il dramma dello spopolamento assume contorni macroscopici. Qui il
settore agricolo pesa il doppio rispetto alla media nazionale in termini di
impiego del suolo, ma genera redditi marginali ed estremamente frammentati.
La combinazione tra burocrazia lenta, difficoltà croniche di accesso al credito
e ritardi nei ristori regionali sta portando alla chiusura di centinaia di
micro-aziende familiari. Ad ogni azienda agricola che chiude i battenti,
corrisponde un pezzo di entroterra molisano che si avvia allo spopolamento
definitivo. Se cessa l'agricoltura, muore il presidio umano del territorio.
Dietro i numeri delle aziende che chiudono ci sono i volti di famiglie
contadine e delle loro dignità spezzate, umiliate. Ci sono le mani callose dei
padri che sconsigliano ai figli di ereditare le aziende di famiglia, e la
rabbia pulita di quei pochi giovani che scelgono invece di restare per non far
morire i propri borghi.
La battaglia che si combatte sulle strade del Sud, come i blocchi stradali e le
manifestazioni pacifiche che vedono trattori e autotrasportatori uniti, non è
una richiesta di assistenzialismo. È il grido dignitoso di chi chiede il
diritto al futuro: il diritto di produrre potendo contare su regole di mercato
paritetiche, contratti di filiera giusti e infrastrutture idriche capaci di
raccogliere l'acqua quando cade per ridistribuirla quando la terra muore di
sete.
Non possiamo permetterci di girare lo sguardo!
Salvare l'agricoltura
meridionale non significa solo salvare l'economia di una macroregione;
significa difendere l'identità, la cultura alimentare e la libertà stessa di
una terra che ha sempre nutrito il Paese, e che ora chiede solo di non essere
lasciata sola a desertificare, a morire.
Una storia come tante, sia essa in Molise, in Puglia, in Basilicata, che tocca
il cuore. A Larino, poche decine di chilometri dal mare, le mani di Giovanni,
nome ipotetico, portano i solchi di quarantacinque anni di lavoro della
terra.
Finché ha potuto, ha difeso i suoi ettari di grano duro e oliveti. Oggi,
davanti al piazzale dove i trattori restano spenti per risparmiare, confessa la
sua sconfitta più grande: «Ho detto a mio figlio di andarsene. Questa terra
l’ho amata, ma non posso chiedergli di indebitarsi per raccogliere quello che
il mercato svaluta e il clima distrugge».
Come lui, centinaia di piccoli produttori in Molise come nel Mezzogiorno
affrontano il medesimo dramma quotidiano. Chi sceglie di restare deve
reinventarsi da zero: è il caso delle nuove realtà che scommettono sulle linee
guida regionali per le fattorie sociali, gli agriturismi, cercando nella
multifunzionalità e nel sociale l'ossigeno economico negato dalle filiere
tradizionali. Ma per una start-up giovanile che faticosamente prende vita, ci
sono generazioni di saperi agricoli che rischiano l'estinzione definitiva.
Al centro della crisi del Mezzogiorno c’è non solo la mancata redditualità ma
anche la questione dell’ “oro blu”. Le infrastrutture idriche meridionali,
obsolete e penalizzate da decenni di mancata manutenzione, non riescono a
reggere l'urto delle stagioni siccitose. Gli occhi di tutta la regione sono
puntati sulla diga del Liscione, l'invaso artificiale sul fiume Biferno che
rappresenta il cuore idrico del Basso Molise.
L'attenzione politica si concentra sul controverso progetto
dell'interconnessione idrica tra Molise e Puglia, un'opera da oltre 160 milioni
di euro definita comunemente il "tubone". L'infrastruttura prevede il
collegamento tra il bacino del Liscione e la Puglia. Se da un lato lo
stanziamento di fondi rappresenta un'opportunità strutturale per il dragaggio
del Liscione e il completamento della rete irrigua locale, dall'altro il mondo
contadino, quello vero, e la politica regionale avanzano forti riserve. I
contadini esigono garanzie assolute affinché i bisogni delle imprese agricole
molisane siano interamente coperti prima di cedere qualunque eccedenza alla
Capitanata.
La richiesta sul tavolo del Governo è netta: i proventi derivanti dalla
cessione dell'acqua extra verso la Puglia devono essere vincolati alla
riduzione immediata delle tariffe irrigue per gli agricoltori molisani, oggi
insostenibili. Non dimenticando le tre centraline idroelettriche sotto lo
sbarramento della diga del Liscione che potrebbero essere utili a parziale
risoluzione del problema.
Nel frattempo, risposte tampone come le maggiorazioni sul carburante agricolo
agevolato offrono un sollievo parziale, ma non risolvono la fragilità
strutturale di fronte alla desertificazione dei terreni.
L'inchiesta economica svela una realtà matematica drammatica che ormai sotto
gli occhi di tutti: i costi di produzione superano i ricavi delle vendite.
Un'azienda agricola molisana spende mediamente più di quanto incassa per
raccogliere un quintale di grano, di uva o di olive. Il rincaro globale dei
fertilizzanti, i costi della manodopera e i prelievi idrici straordinari di
soccorso drenano liquidità prima ancora della commercializzazione.
I contratti di filiera non riescono a riequilibrare il valore lungo la
catena che va dal campo allo scaffale del supermercato. A parità di sforzi, i
produttori subiscono la pressione di mercati globali sregolati e la concorrenza
di prodotti esteri non tracciati. Di fatto, le micro-aziende familiari – che
costituiscono la spina dorsale della regione – stanno consumando il proprio
capitale pur di rimanere in attività, scivolando verso una chiusura silenziosa
che anticipa lo spopolamento dei borghi interni.
La protesta che periodicamente porta i trattori a invadere le strade e i nodi
logistici del Sud non è una richiesta di assistenzialismo. È il grido dignitoso
di un comparto che, al collasso, chiede regole di mercato paritetiche,
contratti giusti e trasparenza sull'origine dei prodotti.
Salvare l'agricoltura
molisana e meridionale non significa semplicemente proteggere una voce del PIL;
significa impedire che l'entroterra si trasformi in un deserto improduttivo,
abbandonato dall'uomo e rassegnato all'oblio.
Difendere chi coltiva la terra, oggi, significa difendere la sovranità
alimentare, il territorio e la memoria storica dell'intero Paese, non
dimenticando il futuro delle prossime generazioni.
Termoli, 31 ottobre 2026
Giorgio Scarlato
Comitato spontaneo Agricolo
“Uniti per non morire” / COAPI
