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I cattolici e il referendum


Giuseppe Vaccaro
Pubblicato in data 28/11/2016 ● FUORI PORTA WEB © 2000

Il referendum costituzionale non ha suscitato grandi dibattiti e laceranti prese di posizioni nel variegato mondo cattolico. Emblematico è stato l’invito rivolto ai credenti dal Presidente della Cei, Angelo Bagnasco, di informarsi personalmente al fine di avere chiari tutti gli elementi di giudizio circa la posta in gioco e le sue durature conseguenze.
In una direzione nettamente opposta va annotata la presa di posizione del leader del popolo del Family Day, Massimo Gandolfini, che durante i tanti incontri pubblici – in centinaia di parrocchie - a cui sta partecipando in queste settimane afferma: "Renzi non ci ha ascoltato, votate 'no'". Insomma, la vendetta - termine che tuttavia a lui non piace - per la legge sulle unioni civili è servita a freddo, sul piatto del referendum costituzionale.
Certo siamo distanti dalle farneticanti affermazioni del già Direttore di Radio Maria, tuttavia una tale presa di posizione va biasimata non tanto perché in contraddizione con i suggerimenti di Bagnasco, quanto per il diniego di quel principio del discernimento tanto caro ai cristiani poiché ritenuto propedeutico per giungere alla verità. Certamente si può manifestare la propria contrarietà alla riforma costituzionale e votare “no”, ma poggiando le proprie motivazioni sui contenuti intrinseci della riforma stessa. Fortunatamente altre autorevoli voci della Chiesa hanno dato prova di una maggiore lucidità di analisi suggerendo orientamenti nella giusta direzione. Tra questi i gesuiti, che in un articolo su Aggiornamenti Sociali hanno indicato quale valido criterio di riferimento proprio l’attenzione al merito, marcando la distanza da possibili strumentalizzazioni politiche, in quanto “qua-lunque ne sarà l’esito, la consultazione referendaria costituisce un passaggio importante per la vita civile, politica e istituzio¬nale dell’Italia”. Va da sé che si può d’ufficio riconoscere all’opinione dei gesuiti quella autorevolezza che proviene dal tradizionale esercizio della funzione pedagogica e istruttiva che per secoli è stata incombenza del loro ordine.
L’intento – si afferma - è offrire informazioni, riferimenti e strumenti per orientarsi e poter giungere ad una decisione con¬sapevole, convinti che questo sia il modo per favorire una partecipa¬zione autentica ai processi democratici, di cui il meccanismo referendario è un fondamentale strumento.
Questa loro posizione appare senz’altro condivisibile anche per via di un altro aspetto, ovvero in quanto invito ad uscire dalla logica binaria in cui troppo spesso il dibattito è rimasto intrappolato anche a causa della marcata personalizzazione impressa sin dall’inizio dal presidente del Con¬siglio.
Dopo decenni in cui tale strumento di iniziativa popolare ha sofferto quella che è la principale patologia, quell’astensionismo che detta iniziativa va ad abortire, è giunto il momento per la nostra democrazia di cogliere l’occasione di un referendum istituzionale che non è abrogativo, quindi non richiede un quorum validante. Ecco dunque pararsi davanti agli italiani un’occasione di crescita per la democrazia e non certo una mera delega in bianco a chi andrà a votare. Ci si troverà a fare i conti con la Costituzione, a confrontarsi con le scelte compiute da chi l’ha approvata nel 1948 e da chi l’ha modificata nei successivi settant’anni di vita repubblicana.
È chiaro che il referendum avrà raggiunto il proprio scopo innanzitutto mediante il riscontro di un’elevata partecipazione, ma ancor più se nel contempo si realizzerà l’auspicio di attivare nella nostra società un rinnovato fermento politico. Ciò segnerebbe un’inversione di marcia e la sconfitta di quanti ostacolano il dialogo sul merito della riforma, facendo prevalere una logica di sterile contrapposizione, dettata dalla difesa di principi disin¬carnati dalla realtà, personalismi, faziosità o ragioni di convenienza politica di una parte.
Non si può negare il significato politico che si è voluto attribuire al voto referendario, ma gli elementi da prendere in considerazione non possono limi¬tarsi alla condotta del presidente Renzi e del suo Governo, in quanto le autentiche domande politiche da porre sono di più ampio respiro e riguardano le conseguenze del voto sull’eser¬cizio della democrazia nel nostro Paese, sul rapporto e l’artico¬lazione tra i poteri, sulla partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, sul bilanciamento tra autonomie locali e unità nazio¬nale.
A quanti sono favorevoli alla posizione del congelamento del testo costituzionale attuale in virtù di una pretesa sacralizzazione, i gesuiti rispondono che l’immobilismo è un modo per tradire lo spirito costituente, sancendo la distanza del testo dalla realtà vissuta. Calamandrei stesso, in un celebre discorso di presentazione della Carta Costituente, evidenziando il carattere programmatico della stessa ne esplicitò la precipua funzione di dialogare con le generazioni a venire.
Tralasciando ulteriori considerazioni meritevoli di attenzione, i gesuiti sono convinti assertori che approvare la riforma, pur con i suoi limiti, appare come il passo da compiere in que¬sto momento perché, come spesso accade nella vita e in politica, sì è chiamati a scegliere tra due opzioni di be¬ne, entrambe con evidenti limiti e alcune palesi controindicazioni.
La tesi da loro sostenuta non è valida tanto quale indicazione verso il “si”, quanto perché indica una responsabilità degli elettori verso una scelta ponderata sui contenuti, così da evitare che all’indomani del risultato, qualunque esso sia, prevalgano logiche aliene alla direzione indicata dai cittadini recatisi alle urne.  

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