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Pubblicato in data 13/8/2019 ● Articolo consultato 180 volte ● Archivio 11484 FPW

Guglionesi
"Amori che non sanno stare al mondo". Un inquieto film d’èlite


Arcangelo Pretore ● FUORI PORTA WEB © 2000

Un plauso va all’Amministrazione comunale che oltre a proporci il film si è adoperata perché fosse presente al dopo film dibattito l’amica confidenziale della protagonista Claudia , l’attrice Carlotta Natoli : una inaspettata opportunità che grazie alla sua favorente disponibilità ci ha consentito di porle delle domande , esprimere delle impressioni, da spettatori del film ; quesiti cui ha risposto con garbo e gentilezza spesso facendoci vedere oltre il film , portandoci all’interno del set. Un film che a caldo, ha suscitato pareri a volte dissonanti che in parte in questa mia riflessione sullo stesso cercherò di precisare meglio . Un film inquieto e d’èlite , con luci ed ombre quello che è stato proiettato qualche sera fa nella bella cornice della piazzetta di S. Chiara a Guglionesi . Ovviamene il concetto di bello o brutto di un opera d’arte è personale . Basti pensare all’orinatoio di Duchamp ( in un primo tempo rifiutato ad una mostra , oggi al museo d’Arte moderna del MoMa di New York. Per alcuni l’orinatoio è un opera d’arte, per altri stimola la minzione . Tuttavia tale oggetto d’arte “ready-made” con il titolo “Fontana” è oggi validato dai critici e dagli intenditori d’arte moderna come opera d’arte, benché l’ oggetto originale non ci sia più ,sostituito con un altro esemplare ; ciò la dice lunga sull’unicità dell’opera d’arte ! Tornando al film ( che a differenza di una pittura , firmato dal regista e distribuito può essere replicato in innumerevoli copie senza incappare nell’inautenticità ) che in tanti con curiosa attesa abbiamo avuto modo di vedere, il quale , sin dal titolo “Amori che non sanno stare al mondo” in modo anodino promette un nevrotico estraniamento situazionale dalla realtà amorosa che d’altronde i protagonisti hanno volontariamente e con caparbia sofferenza interiore intrapreso . Il film ha una trama sin troppo libera aperta a innumerevoli spunti di riflessione , comunque lasciati in sospeso perché ciascuno a modo suo potesse completarla . Un film pretenziosamente slegato nella sua articolazione interna, anche in ragione di ricorrenti flaschback non sempre in linea esplicativa con le sue molteplici espansioni . Il filo rosso che lega il film sì incentra sul protagonista maschile Thomas attorno al quale in modo ridondante ruotano più personaggi femminili . Un intreccio dicotomico maschile-femminile che sin dall’inizio vede una forte caratterizzazione virile dell’unico protagonista maschile attraverso il tratto volitivo del volto di Flavio , alias Thomas Tabacchi : mascella squadrata ornata da una barba ‘semincolta’ che , perdurante nell’adulto , rimarcandoli , rimanda ai caratteri sessuali secondari acquisiti nell’adolescenza indotti dal testosterone , l’ormone mascolinizzante per antonomasia ( è soprattutto con la faccia che ci si presenta agli altri); mentre i personaggi femminili ad iniziare dalla protagonista Lucia Mascino , alias Claudia perse dietro l’inspiegato magnetismo attrattivo del protagonista ( sarà fisico? Sarà culturale? O un combinato mix di entrambi?) invaghite , attendono al loro ruolo amoroso sotto l’effetto piacevolmente conturbante dell’ossitocina, ormone spiccatamente femminile , fortemente implicato nella facilitazione del parto . Ho richiamato l’ossitocina e il testosterone perché gli stessi ormoni vengono esplicitamente insistiti nel film , si suppone allo scopo di sottolineare una caratterizzazione al femminile o al maschile dei personaggi . Viepiù, il testosterone , in alcune illuminanti sequenze del film , non so con quanta attendibilità scientifica, viene riportato in grassetto su una lavagnetta didattica al fine di mettere in rilievo una commentata superiorità maschile ( snocciolata , si presume da una docente universitaria ) ; una titolazione quest’ultima utilizzata ad effetto soprattutto per stabilire l’età sessuale di una donna attraverso un calcolo aggiuntivo rispetto alla sua età biologica reale che la fa “ invecchiare” sessualmente molto prima rispetto ad un uomo di pari età ( colpa del testosterone che la donna secerne in modo residuale ). A seguire vengono esplicitati i fattori che contribuiscono a tale invecchiamento : lifting, divorzi… mediante un effetto sinergico cumulativo, Ciò premesso sembra che le donne subirebbero un più rapido invecchiamento sessuale ; come dire, una donna vicina alla menopausa è paragonabile ad un uomo sessantacinquenne !? Questo calcolo meticoloso presentato nel film attraverso la su menzionata didattica esplicativa che non ammette repliche e discussioni da parte delle numerose discenti svogliatamente oppositive viene debitamente computata da una nevrastenica donna che inscena un atipico siparietto destinato nel film ad un pubblico esclusivamente femminile ( come dire da donna a donna!) : un uditorio fin troppo accomodante , perfino soddisfatto dell’ amena rivelazione a tal punto che l’iniziale timida contestazione alla fine si scioglie in un ballo liberatorio nell’improprio spazio di accesso dell’ emiciclo dell’aula universitaria ( scena che rimanda vagamente alla ben più solida oniricità felliniana ) che accoppia le donne felicemente danzanti . Stabilito nel film che la “normalità” è interpretata dal protagonista maschile che oltre ad avere il fisico del ruolo predisponente per una inevitabile fascinazione amorosa contestualmente intellettualizza anche il ruolo sociale di docente universitario che vede all’inizio contrapposti il protagonista cinquantenne e l’amante designata anche lei cinquantenne , docente universitaria entrambi compartecipi , verbalmente duellanti, ad un farsesco convegno pseudointellettuale in cui il protagonista maschile si dà lo spessore del docente ordinario depositario del sapere, anche critico, opposto al ruolo nullificante e disturbante della collega che si esprimere in risibili contrariètà escrementizie che infine, al termine della conferenza con straordinaria audacia ,si ricompongono in un favorente amore-odio che ,inspiegabilmente, fa sbocciare in Claudia un caloroso amore devozionale per il protagonista Thomas. Nel corso della annosa relazione tra i due l’impossibilità della prosecuzione di un amore nel tempo diventato “ tossico”, nella misura in cui la protagonista conscia della ventura annunciata perdita relazionale si aiuta con farmaci antidepressivi nel tentativo di lenire in parte un ‘angoscia e un dolore diventate marcatamente esistenziali . Lo stato di minorità della protagonista oltre che dalla sua evidente instabilità emotiva è anche evidenziato dal fatto che nell’esercizio della sua professione di docente universitario Claudia non ha assistenti ; un particolare accentuato da una scena in cui la successiva “preda “ dà un esame in un’aula universitaria deserta , senza uditorio e senza alcun assistente ( fatto in sé illegale ) , prendendo l’agognato trenta e lode . Ci si chiede a questo punto se è presentabile e rappresentativo uno scorcio di mondo accademico , che dal punto di vista istituzionale e professionale dovrebbe formare la classe dirigente di domani ; un ambiente umano di relazionalità morbose in cui si accentua e si rende nevrotica la fragilità femminile ( componente già poco rappresentata a livello universitario) che esasperata da innumerevoli delusioni ,infine in modo consolatorio, si rinchiude in un insistito patinato amore lesbico ( privo di sbocchi procreativi reali, cui comunque Claudia avrebbe fortemente tenuto) avendo però cura,nel finale la regista Francesca Comencini , al fine di rimarcarne la dominanza , di ricondurre l’unico protagonista maschile ad una rassicurante normalità matrimoniale con Giorgia, una possibilità prima decisamente respinta nella sua relazione amorosa con Claudia . Il paradosso sta nella constatazione che la regista, donna, conferisce al film un’impronta maschilista tenendo scarsamente in conto le innumerevoli conquiste conseguite soprattutto nel corso degli ultimi decenni dalle donne e , non sarà certo il gesto vagamente liberatorio del cappello lanciato nel fiume dalla protagonista a riscattare un film contraddittorio e dolente . Il messaggio conseguente che ne deriva s’incentra sulla constatazione che coloro che lavorano nelle istituzioni culturali maggiormente rappresentative dello Stato , al di là di controllati sbandamenti emotivi cui possono incorrere nel corso della loro vita sentimentale , infine , sono quasi obbligati dalla referenzialità del ruolo, dalla specificità del lavoro svolto a rientrare nella normalizzante razionalizzazione dei rapporti che infine ribadiscono gli stili di vita amorosi cui bisogna conformarsi . Si snoda nel film una complessità amorosa d’èlite , colta , ad uso e abuso di colui che ha più potere all’interno dell’istituzione , certamente non generalizzabile per coloro che sono fuori dal giro; gente comune talvolta persa in amori stanchi che si trascinano per quieto vivere o perché forti e irrecidibili sono i puntellamenti umani esterni che pretestuosi , forzatamente li tengono in vita che , come dice la vulgata comune, durano fin che morte separi i già compromessi sposi .  



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