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11/11/2019 ● Cultura
Vittorio Feltri, il suo ruvido amore per Guardialfiera e per il sud
Vittorio Feltri, il suo ruvido amore per Guardialfiera e per il sud
Ricordi inediti dâun suo amico dâinfanzia, in margine allâIrriverente memorie
di un cronista
Câè profumo di umano nella confessione resa in un capitolo dellâ âIrriverenteâ:
il nuovo libro di Vittorio Feltri, apparso giorni fa per la Collana saggistica
di Mondadori.
Nel percorso fatato della sua infanzia, dellâadolescenza e della sua giovinezza
vissuta a Guardialfiera, câè tutto lâordine e il disordine del suo cuore che
dirompe e tracima oggi, proprio come faceva il nostro Biferno ieri. Câè
lâocculta ma indomita frenesia di quel volerci ancora bene.
Narra dâessere arrivato qui, per la prima volta a cinque anni, nel 1948, a
soggiornare con zio Ernesto Villa e zia Nella, di Bergamo, autentici Signori
dâaltri tempi e amministratori delle <Aziende Baranello>.
Svanito per loro, il dono dei figli e, in piena guerra, accolgono a casa
Antonino Villa, classe 1937, venuto disadorno da Castiglione di Sicilia, figlio
di Ercole (Fratello di Ernesto, Sottufficiale dei CC., precocemente scomparso) e
di Angelina Tornatore.
Io ero allora in quarta elementare assieme ad Antonino, assieme a Peppino
Bracone e Mario Ianniruberto, quasi abbracciati noi quattro, in uno stesso banco
sgangherato, modellati nella vitalitĂ e magnetizzati dalla leggiadria di Olga di
Lalla, lâinsegnante del quinquennio. Ma vacanze funeste per tre alunni di quel
banco. Peppino Bracone muore impiccato, da incognita mano assassina, fra i
ruvidi campi del Cervaro. Mario, fulminato da infarto nel Santuario della Difesa
a Casacalenda, sâaccascia e spira tra le braccia e lâincredulitĂ costernata dei
pellegrini. Antonino (il familiare di Feltri) è aggredito da forma violenta di
meteorismo, operato dâurgenza di peritonite, resta a lungo convalescente.
Perderà un anno di scuola. Soltanto io, dunque, a scamparmela, e mi ritroverò
atterrito e solitario in ottobre su quello scanno maledetto.
Poi, per due anni, Antonino ed io a Casacalenda, da zia Anita nella stessa casa
e a scaldarci di notte, accostando in due lettini. Frequentiamo le Scuole Medie,
dentro lâenorme Istituto Scipione Di Blasio, devastato dai tedeschi, senza
corrente elettrica e riscaldamento.
LĂŹ Antonino conseguirĂ , un anno dopo di me, la Licenza Media e avrebbe
desiderato seguirmi ancora a Larino per il Ginnasio. SennonchĂŠ la mamma sicula,
Angelina Tornatore divenuta piĂš agiata, lo strappa ferocemente dalla tenerezza
dei suoi zii bergamaschi e, da Guardialfiera, lo ritrapianta a Castiglione di
Sicilia. Però egli, frustrato dal distacco, sâallontanerĂ dalla mamma e dalla
Sicilia. FarĂ il camionista nellâItalia del nord e, in un mattino di nebbia
impenetrabile, morirĂ giovanissimo nel 1962, vittima della strada.
Affamati dâaffetto, Ernesto Villa e Daniella Sangalli, di nuovo soli,
vagheggiano la riconquista del nordico calore intimo e umano. Dopo quella
puerile e romantica irruzione di Vittorio Feltri del 1948 - pittorescamente
decorata proprio in questo âriguardosoâ capitolo dellâ âIrriverenteâ - egli
tornerĂ con tenacia ogni anno a Guardialfiera ad attutire il doloroso tracollo
degli zii. TornerĂ perfino dopo che la morte raggiungerĂ zio Ernesto Villa a 66
anni lâ8 settembre 1959. VerrĂ spesso da zia Nella, anche insieme alla sua mamma
Delia, assai ammirata da me. (Lâho aiutato volentieri, per caso, a ottenere
dallâInps la pensione di riversibilitĂ di suo marito Angelo, morto a 43 anni da
insufficienza surrenalitica, allorchĂŠ Vittorio ne aveva soltanto sei!). FarĂ
ritorno con Ariel, divenuto redattore dellâ âEco di Bergamoâ, con Mariella e la
zia Tina.
Câè in questo tempo povero e antico, un accrescimento dâamicizie con loro; câè
il balsamico star bene insieme. E Vittorio, frattanto, bruca queste âTerre del
Sacramentoâ e, fra paesaggi di fieno e di grano, intreccia amicizie con
contadini servizievoli. con tante piccole bande di monelli e con Franco Mancini,
il giovane sarto che lo tuffa per la prima volta nella corrente vorticosa e
trasparente del Biferno. Quel Franco, oscuro artista del pennello e
dellâargilla, che sbozza timidamente teste di âasiniâ e inconfondibili volti di
potenti e impotenti. Inaspettatamente, gli capita di intagliare anche dal legno,
volti e colli allungati e scandalose statue di donne alte e nude, come quelle
del Modigliani.
Pur lavorando altrove, vivo lucidamente la vita di Guardia, soprattutto da
quando Franco Mancini è oppresso dallâatrofizzazione progressiva agli arti e
apprende da zia Nella il lutto di Vittorio: la morte cioè della moglie 24.enne,
avvenuta nellâattimo in cui dava al mondo le gemelle Laura e Saba. Eâ muto
Franco sulla solita sponda del Biferno. E, meditando lâangoscia dellâamico,
adocchia uno sterpo rude rifiutato dal fiume. Lâarbusto è annerito. Eâ duro. Ma
lo piega tenacemente, lo manipola. Ne ricava il viso oscuro di Maria, la
Corredentrice. Poi, quel giorno, a casa sua, proponiamo un titolo biblico al
realizzato lavoro: âNigra sum, sed formosa filiae Jerusalemâ. Seppur nella
incompletezza, Carlo Savini, Presidente dellâUnione Europea dei Critici dâarte,
viene a Guardia e considera lâopera di Franco di âalta delicatezza armonica ed
espressivaâ. E, per la 4^ Rassegna molisana dâarte contemporanea, la statuina,
nel 1992, rimane esposta per 15 giorni, ed è magnificata nella Galleria del
Canova, una delle piÚ eleganti di Roma. Franco, intanto è morto da pochi mesi.
Il 12 agosto dellâanno 2000 Vittorio Feltri e a Guardialfiera a presentare âQuei
Cavalieri Virtuosiâ: pensieri e memorie di un mondo vagheggiato e scomparso,
scritto da Vittorio Grande, suo coetaneo. Câè a pag. 35 il profilo e una
trascinante coordinata di Ernesto Villa. Durante il Convegno, salutando e
porgendo la parola a Feltri, faccio dono finalmente a lui della scultura di
Franco Mancini. Ma mi si annoda la gola, nĂŠ riesco a narrare a lui la genesi di
quellâaffettiva opera dâarte. E ancora oggi Vittorio non ne conoscerĂ
lâintreccio.
Orbene Feltri, lo ricordo, lo ricordiamo cosĂŹ: lunatico e amabile, espansivo ed
esplosivo. Talvolta gustosamente turlupinante. Fondamentalmente onesto! Con
quelle battute e sfide provocatorie e inquietanti, seriose. Come nelle parodie
di Crozza. Proprio come ha guizzato da mattatore venerdi scorso, 8 novembre,
alla Rai, sia al pomeriggio in âun giorno da pecoraâ sia a sera nel TG-2.
Vittorio, insomma, seguita a parlare un linguaggio senza peli e scorciatoie che
fanno reagire affannosamente chi è nemico del giusto e del vero. Guai â secondo
lui â a chi, come i guardiesi e i meridionali, dimenticano le loro carenze e le
loro inadempienze.
Tuttavia ho avuto con lui qualche amichevole dissenso: su âPanoramaâ- per
esempio - del 4 novembre 2010, ci beffeggiava per il godimento, qui, dâun nugolo
di zanzare. Ebbene noi lâabbiamo debellate ben prima dei padani e dei lombardi.
NĂŠ davvero son mai state queste le piĂš feroci della penisola. Ridicolizzava
inoltre Guardia in quella sua prima venuta (1948), perchĂŠ allora senza âcessiâ,
ossia senza servizi igienici. E lâho contestato per il fatto che â a differenza
anche di taluni paeselli âpigroniâ del nord, a Guardia nel 1948, cioè nella
immediata stagione post-bellica e nonostante il divario, si è acceso la prima
scintilla di modernitĂ e la prima immissione del Molise nella societĂ dei
consumi. Forse era presente persino lui, bimbo di cinque anni, (io ne avevo
sette piĂš di lui) allorchĂŠ lâImpresa De Notariis di Castelmauro, venne a creare
in autunno maree di fango per tutte le vie, ma per realizzare le âcloacheâ, le
prime in assoluto sullâintero territorio circostante. Noi, dunque gli ancestrali
nel sobbalzo della civiltĂ nuova. E lâacqua in casa, per tutta la cittĂ nel
1957.
Amerei ricordare, almeno a me stesso, che giĂ nel 1889 a Guardialfiera, dalla
monumentale fontana pubblica eretta in piazza, schizzava acqua corrente,
proveniente dalle nostre sorgenti di âFonte Loretoâ.
Ma, lo ammetto, è vero, come egli scrive, che âci siamo candidati al suicidioâ,
che abbiamo distrutto il presente e il futuro dei giardini immensi, e sfregiato
una miniera che richiedeva soltanto dâessere trasformata in fonte di ricchezza
turistica, economica e occupazionaleâ.
E devo gratitudine a lui per le tante volte che si è accorto della cultura
prodigiosa della nostra gente. Parlò sullâ âEuropeoâ del conferimento â per mano
della pro-Sindaco di Roma Maria Medi (figlia dello scienziato Enrico) della
âLupa Capitolinaâ, come caparra e legame potente di Guardialfiera, alla Capitale
dâItalia. Ne parlò caldamente per il GR-2 Augusto Giordano, svelatosi amico suo
e originario di Oratino.
Sul finire degli anni â90, per conto del suo periodico, Feltri inviò qui Antonio
DâOrrico per intervistare âi dannati del Bifernoâ e scovare curiositĂ inedite
fra amici e conoscenti sopravvissuti di Francesco Jovine.
Lâ8 settembre 2017, sfodera in prima pagina di âLiberoâ, il seguente proclama:
âMeno male che câè il Moliseâ e, volgendosi allâitalico sapere, in un paginone
intero, irrompe: âEâ giunta lâora di raccontare il Molise dimenticatoâ.
Intorno a Natale del 1987 mi fa rintracciare a Palata da Nino Amoroso,
Presidente allora dellâOrdine dei Giornalisti del Lazio e Molise. Mi fissa
lâincontro a Guardia anche con Tonino Scarlatelli e Tonino Trolio, questâultimo
giĂ guardiano e cavallaio di Baranello. Colmandomi di tenerezze, mi borbotta:
âQuesto tuo paese non è uno sciame di case: Eâ il pane caldo. Eâ nostalgia di
nodi che sâintrecciano con le arterie, con la carne, col destino degli ortolani,
discacciati dalle Terre del Sacramento, ancora oggi insultati e irredenti. E
Guardia, anche se cosĂŹ, per te e per me, rimane il villaggio dove passano le
nuvole piĂš belleâ.