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 Termoli 
LA TRISTE REALTÀ DI UN'AGRICOLTURA AL CAPOLINEA


Giorgio Scarlato
Pubblicato in data 17/12/2021 ● FUORI PORTA WEB © 2000

L'ultimo articolo scritto sul futuro dell'Agricoltura risale al gennaio di quest'anno. Trattava dei programmi futuri dell'UE riguardante la nuova PAC 2023 - 2027 (Politica Agricola Comune) e del Green New Deal (Nuovo Patto Ambientale).
A distanza di dieci mesi si può ben dire che la nuova PAC, punta, a spada tratta, a difendere gli interessi delle lobby multinazionali dell'agribusiness e della GDO (Grande Distribuzione Organizzata), penalizzando le piccole e medie aziende agricole. Si continua a sacrificare l'agricoltura mediterranea.
Vista in quest'ottica, l'Agricoltura molisana e dell'intero nostro Meridione è arrivata davvero al capolinea.

Tutti i settori sono in agonia.
Partendo da quello cerealicolo, da qualche mese "crocifisso" perché, per i poco informati, ha la colpa degli aumenti di pane, pasta, etc. Quale il "loro" filo logico? Perché il prezzo del grano è arrivato a costare 54 - 55 euro/quintale.
Le cose non stanno proprio così perché da giugno, da inizio mietitura, ad agosto, il prezzo del grano è oscillato tra i 27 euro ed i 33 per poi, via via arrivare, ma verso ottobre, ai 50 -52 euro/ql.
Bisogna chiedersi: "Quante migliaia di tonnellate sono state vendute a quei prezzi iniziali? Sicuramente la stragrande maggioranza. Il motivo? Semplice. Perché tantissimi agricoltori avevano cambiali che scadevano ad agosto e settembre. Lo scorso anno il grano prodotto è stato venduto tra i 25 ai 29 euro /ql.
Di contro, rispetto alla campagna agraria scorsa, non sanno quanto è arrivato a costare un quintale di urea (concime azotato), il seme cartellinato o il gasolio. Il primo da 33 - 35 euro oggi costa 90 euro al/ql, il secondo dai 60 euro/ql agli 85 -90, il prezzo del gasolio quasi raddoppiato. A questi costi di produzione spropositatamente aumentati, non conoscendo un prezzo chiaro alla raccolta, varrà la pena seminarlo? Perché il prezzo riconosciuto al produttore non viene fissato prima della semina, perché non un prezzo min/max, un patto chiaro, trasparente?
Perché questo non viene detto? Perché questo non si pubblica? Sicuramente perché è più facile imputare gli aumenti scaricandoli sulle spalle dei "cafoni", i "senza voce".
Visto che il mondo agricolo non riesce a tutelare il proprio lavoro, il Cielo lo aiuta…. facendo piovere. Qualcuno ora afferma che dovrebbe piovere fino a marzo prossimo. E così non seminando si aspetta l'ottimo grano dal Canada, dagli USA.

Quello lattiero-caseario?
Dopo ben undici anni anche in Molise, solo oggi, "quelli" che governano hanno dovuto accettare ciò che sosteneva il Comitato spontaneo agricolo "Uniti per non morire".
In merito si leggano i tantissimi articoli giornalistici, gli incontri avutisi con le varie Istituzioni regionali o le trasmissioni regionali televisive su TLT, dove si puntualizzavano le criticità di programmazione, di mancanza di filiere e di conseguenza di preferire i prodotti autoctoni.
Solo ora, "quelli" che sono stati seduti o siedono ai "tavoli che contano" si sono accorti dei prezzi delle derrate sottocosto che non coprono minimamente i costi di produzione o di incentivare i consumatori ad acquistare prodotti regionali quando, prima, addirittura sostenendola, parlavano di competitività globalizzata? Tutti presbiti?
Si ripete, se ne parlava già da oltre dieci anni! "Uniti per non morire" aveva sensibilizzato tutte le Istituzioni regionali, Chiesa compresa. Parole incomprese ( ..volutamente?).

Ora che le mucche sono scappate dalla stalla o meglio, sono state svendute, ( chiusura dello Zuccherificio del Molise, Cooperativa COMO, Conservifici di Guglionesi e di Venafro, i marchi ARENA, Cooperativa delle carni, Centrale del latte, etc) si vogliono mettere gli antifurti, le porte blindate, le telecamere? Basta nascondersi dietro ad un dito! Dicano quali sono state le programmazioni regionali che hanno funzionato!
In concreto si vede una cosa sola che certifica il lavoro programmatorio istituzionale svolto: la chiusura di molte aziende, siano esse lattiero-casearie, cerealicole, ortofrutticole o altro.

Un altro settore disastrato, si è in periodo di raccolta, è quello dell'olivicoltura.
Prezzi di vendita delle olive passate da 65 euro/ql ai 40 - 45. Solo una parola: Vergogna!
Perché non viene detto da "chi sa o dovrebbe sapere" che la UE attraverso la BERS (Banca Europea per la Ricostruzione e Sviluppo) torna ad aiutare l'olivicoltura tunisina (è il 6° progetto)?
Il costo? Un prestito di 6,2 milioni di euro che la BERS ha deciso di elargire alla COGIA SA (Compagnie Générale des Industries Alimentaires) per lo sviluppo dell'olivicoltura della Tunisia.
Denaro che verrà utilizzato per l'approvvigionamento, l'imbottigliamento e le esportazioni di olio d'oliva.
Tutto questo non va contro l'olivicoltura delle nostre regioni meridionali che raggiunge quasi il 90% della produzione nazionale?
Sanno o cosa fanno i nostri vertici, responsabili europei, nazionali e regionali affinché venga tutelato il settore nazionale dei nostri uliveti? Se tanto da tanto, letteralmente nulla. Forse incontri regionali o nazionali istituzionali per “assaggiare” il nuovo olio, propagandare gli uliveti intensivi o forse per dire…. noi ci stiamo (..visti i risultati, a fare cosa?).

Stessa sorte per il settore dell'ortofrutta. Ad esempio il prezzo del pomodoro da industria, "aggiornato" rispetto agli € 8,5 degli anni precedenti, della scorsa campagna 2021 è stato di € 10,50/ql, simile alle £ 20.000 di trenta anni addietro.
Perché non domandano ai giovani produttori inseriti dal primo insediamento PSR se vale ancora la pena produrlo visto che anche i veterani sono stanchi di essere gabbati.
O le melanzane che per non lasciarle marcire sul campo, circa 5 ettari, qualche anno fa l'amico Peppe Masciantonio invitava, conoscenti e non, a raccoglierle. Le regalava.
O i frutteti a Campomarino....quasi del tutto scomparsi.
Discorsi tutti da approfondire.

Riassumendo, non si capisce chi potrebbe, andando di questo passo, ancora lavorare nel settore, di occuparsi delle coltivazioni agricole, escludendo le piantine di marijuana, la cui conoscenza, viceversa, appare molto competente.

Si pone una domanda: Per quale motivo tantissimi agricoltori in Molise cercano in modo spasmodico di fare contratti per far istallare sulle loro terre impianti fotovoltaici o pale eoliche? Per caso sono tutti impazziti? Sicuramente no. La risposta, semplice, è di una reale drammaticità: Visto che c'è un meccanismo infernale d'immiserimento, in quanto NON C'E' REDDITO SUFFICIENTE per sostenere il proprio nucleo familiare e la propria azienda agricola, cercano con un minimo reddito quella tranquillità economica perduta. Tutto qui. Gli "altri" cosa hanno da rispondere in proposito?

E quando si parla di PSR, alias ammodernamento e competitività delle aziende, per le tante non sarà altro che il modo per indebitarsi con i fornitori e le banche e "spingere" ancora i "proprietari (?) contadini" a diventarne schiavi del sistema in atto e che con la scusa di miglioramenti strutturali-aziendali, sotto sotto, nascondono il foraggiamento agli altri settori, ad es. quello della meccanizzazione.
Non sarà, ancora, che altro sangue “prelevato” dalle aziende agricole che non saranno più in grado di rimettersi in sesto. Tutto qui.
L'indebitamento non è altro che lo strumento per tenere a guinzaglio il vero mondo agricolo, quello che si sacrifica, che suda, che lavora e quindi più poveri, più divisi, più manipolabili visto che gli è stato anche tolto la lucidità mentale per reagire.
E quando si parla di PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) così tanto decantato, di questi 200 miliardi di euro , il 60% al Sud e 40% al Nord, che dovrebbero aiutare a risolvere i problemi economici italici, pare che dallo scorso luglio siano cambiate le percentuali: 80% al Nord e 20% al Sud, si nutrano davvero seri dubbi.

Il nocciolo della questione.
Il progetto UE per il Sud Italia agricolo?
Accaparrarsi i migliori terreni agricoli dietro la "svolta Green".
Ci si troverà a subire una nuova colonizzazione con la parvenza europeista - liberista chiamato liberismo economico. Come sempre, il Sud farà da apripista a questa "innovazione".
Il tutto, in estrema sintesi, porta a due conclusioni.
La prima. Portare alla distruzione dell'agricoltura meridionale (iniziata in modo lento già ben 20 anni fa), quella delle piccole e medie aziende.
La seconda. Quella che non si è riuscita a smantellare finirà nelle mani delle multinazionali, siano quelle dell'agribusiness o no, non fa differenza, o alla criminalità organizzata.
I terreni agricoli avranno nuovi padroni. Ed è il caso di ripeterlo, già detto anni addietro, che il Land Grabbing lo farà da padrone anche in Molise, anche in Italia.
In sintesi, una nuova colonizzazione come sempre a prezzi di svendita.

Anche perché, questa nostra Italia con i gravi ed immensi problemi che ha, non avendo più né sovranità politica, né economica, poco interessa la sovranità alimentare o di tutela del settore agricolo e a questo punto, per "loro" non potrà essere che....quisquilia.

Logica conseguenza è che il futuro lavoro e reddito agricolo sarà ancor di più "cinesizzato" al punto tale che potrà portare alla perdita di libertà e democrazia.
Sarà solo questione di tempo se i responsabili "soloni istituzionali" non faranno davvero qualcosa per impedirlo e il mondo agricolo di aggregarsi e svegliarsi.

Termoli, 17 dicembre 2021
Giorgio Scarlato  

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