BLOG FONDATO NEL GIUGNO DEL 2000

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Un viaggio nella cultura non ha alcuna meta: la Bellezza genera sensibilità alla consapevolezza.

Luigi Sorella (blogger).
Nato nel 1968.

Operatore con esperienze professionali (web designer, copywriter, direttore di collana editoriale, videomaker, fotografia digitale professionale, graphic developer), dal 2000 attivo nel campo dell'innovazione, nella comunicazione, nell'informazione e nella divulgazione (impaginazioni d'arte per libri, cataloghi, opuscoli, allestimenti, grafiche etc.) delle soluzioni digitali, della rete, della stampa, della progettazione multimediale, della programmazione, della gestione web e della video-fotografia. Svolge la sua attività professionale presso la ditta ARS idea studio di Guglionesi.

Come operatore con esperienza professionale e qualificata per la progettazione e la gestione informatica su piattaforme digtiali in possesso delle certificazioni European Informatics Passport.

Il 10 giugno del 2000 fonda il blog FUORI PORTA WEB, tra i primi blog fondati in Italia (oltre 4.000.000 visualizzazioni/letture, cfr link).
Le divulgazioni del blog, a carattere culturale nonché editoriale, sono state riprese e citate da pubblicazioni internazionali.

Ha pubblicato libri di varia saggistica divulgativa, collaborando a numerose iniziative culturali.

"E Luigi svela, così, l'irresistibile follia interiore per l'alma terra dei padri sacra e santa." Vincenzo Di Sabato

Per ulteriori informazioni   LUIGI SORELLA


02/01/2026 ● Cultura

Il più grave dei peccati

Artisti e intellettuali, dotati di un “cannocchiale culturale”, sembra condividano la stessa visione: la causa comune delle nostre sciagure è il nostro autentico peccato originale.

  Mario Vaccaro ● 193


In questo eterno presente l’umanità “condivive” il sentimento della preoccupazione per l’immediato futuro. Siamo forse consapevoli della natura delle minacce, ma qual è la relativa origine? Quale la causa prima?

Credo sia inopportuno fare discussioni sui massimi sistemi, in questo caso sui concetti di determinismo e fatalismo. Certo, l’etimologia di destino rimanda all’ineluttabilità. Ma se gli antichi erano propensi a credere che tutto fosse già scritto, nell'Umanesimo Leonardo, col simbolo dell’Uomo Vitruviano, già consegnava all’uomo il ruolo di protagonista della storia. Oggi non più tale, ma questo file merita un’analisi dedicata.

Restando in tema di simboli è la vicenda del Titanic ad essere maggiormente emblematica: il destino diventa sì ineluttabile, ma solo all'esito della serie di eventi posti in essere da un’umanità colpevolmente ignara del fatto di aver messo nel mirino un iceberg.

Ora, se sono varie le concause che conducono all’iceberg, è possibile individuare una matrice comune?

Artisti e intellettuali, dotati di un “cannocchiale culturale”, sembra condividano la stessa visione: la causa comune delle nostre sciagure è il nostro autentico peccato originale.

In varie epoche vari campioni del pensiero umano ne hanno fatto argomento di narrazione. È il caso pertanto di procedere a pochi esempi, relativi in particolare alla sciagura in cui l’umanità ha espresso il peggio di sè.
Alla vigilia della 2º G.M. un giovane Moravia pubblica “Gli indifferenti”, il suo primo romanzo. In pieno ventennio fascista descrive una società priva di valori. Niente valori, nessuna identità collettiva. E già, perché sono i valori a consentire all’individuo di alimentare il senso di appartenenza al gruppo sociale. Una società senza valori non ha voce, o quantomeno non amplificata abbastanza da rendere l’opinione pubblica talmente forte da poter influenzare le decisioni prese dall’alto, mostrando resilienza verso i Poteri che, seguendo logiche contorte, sono giunte a scatenare due tragedie mondiali.

E così nello stesso periodo un gigante della letteratura, Philip Roth, racconta come il potere economico e politico tedesco abbia fatto leva sull’indifferenza della propria generazione per traghettarla nella stessa tragedia.

Dal versante filosofico già decenni prima Nietzsche aveva previsto la deriva nichilista della società occidentale, sintetizzata nella celebre locuzione “Dio è morto”. Quando una nuova epoca fa capolino nella storia, il compito dei nuovi “barbari” è quello di individuare i nuovi valori che daranno senso alla nuova società. Cestinare quelli vecchi senza sostituirli equivale, come detto, a navigare senza bussola.

Elie Wiesel, scrittore sopravvissuto all’Olocausto, ne “L’ebreo errante” spiega il motivo per cui nei campi di concentramento – nonostante la sproporzione tra carcerieri e internati - si verificarono rarissimi episodi di fuga: gli ebrei erano consapevoli dell’indifferenza del mondo esterno verso la loro tragica sorte. E sì, perché la fuga da un luogo presuppone il desiderio di fare ritorno a casa, in una comunità accogliente. E così in un celebre passo Wiesel scrive: “L'opposto dell'amore non è l'odio, è l'indifferenza. L'opposto dell'educazione non è l'ignoranza, ma l'indifferenza. L'opposto dell'arte non è la bruttezza, ma l'indifferenza. L'opposto della giustizia non è l'ingiustizia, ma l'indifferenza. L'opposto della pace non è la guerra, ma l'indifferenza alla guerra. L'opposto della vita non è la morte, ma l'indifferenza alla vita o alla morte. Fare memoria combatte l'indifferenza.

Sentiamo ora cosa ne pensa il più grande poeta di ogni tempo e luogo.

Delle poche nozioni apprese a scuola, tutti ricordiamo che la cosmogonia dantesca prevede un Inferno consistente in una voragine apertasi a seguito dell’arrivo di Lucifero. Scagliato sulla Terra, questa si è ritratta. E così il terreno spostato ha dato origine all’Inferno, in forma di cono rovesciato, e nel lato opposto ad una montagna, il Purgatorio. I dannati sono sistemati in nove gironi, corrispondenti ad altrettanti peccati. I gironi inferiori sono progressivamente destinati ad accogliere gli autori dei peccati più gravi, in numero via via minore. E infatti il punto più basso coincide con la condotta più spregevole, il tradimento.

Apparentemente.

Per Dante è davvero il tradimento il peccato più grave? Nel 3º canto, che inizia con la celebre iscrizione sulla Porta, Dante visita l’Antinferno. La folla è talmente gremita da far esclamare Dante: “non averei creduto che morte tanta n’avesse disfatta”. Virgilio spiega che a comporre quella folla immensa sono “le anime di coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo“. Virgilio prosegue dicendo che tra “questi sciaurati, che mai non fur vivi”, vi sono gli angeli che “non furono ribelli, né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro”. Dunque perché sono fuori dall’Inferno? “Caccianli i ciel per non essere men belli, né lo profondo Inferno li riceve, ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.
Quindi gli ignavi, che in vita hanno accuratamente evitato le scelte importanti, tutelando esclusivamente i propri interessi, che non hanno parteggiato né per il Bene e né per il Male, sono invisi anche ai peccatori. Disprezzati da tutti, dimorano in un non-luogo. È lo stesso Virgilio a invitare Dante a disprezzarli: “misericordia e giustizia li sdegna, non ragioniam di loro ma guarda e passa”.

Dante fa tornare i conti. Se il male del mondo fosse opera dei peccatori dei gironi inferiori, ovvero la minoranza di violenti, fraudolenti e traditori, lo si potrebbe contenere. Quella frase fatta, “la banalità del Male”, descrive compiutamente la situazione: un’orda di indifferenti abdica dall’ opera di contrasto, ponendola sulle spalle dell’esiguo esercito degli “uomini perbene”. E a loro, di tanto in tanto, dedichiamo strade, magari statue o eventi. Dovrebbe aiutare la nostra memoria. Inutilmente.

Gli ignavi sono gli stessi che esattamente un secolo fa T.S. Eliot ha celebrato nella splendida poesia “The hollow men”, gli uomini vuoti.

Agli ignavi si rimprovera la viltà, ma il vero punto dolente è la loro falsa, stupida convinzione che la scelta di non scegliere equivalga al sottrarsi da ogni responsabilità. E invece, ahiloro, si finisce così per essere complici, parimenti responsabili, di chi causa sventure. Inoltre significa altresì abdicare alle prerogative dell’essere umani: chi non vuole scegliere rinuncia alla spinta esistenziale del desiderio. E, come anticipato, sono le nostre scelte a consentirci di plasmare un’identità, la narrazione di se stessi.

Un altro esempio, di certo mainstream dato che dal romanzo “Il giorno della civetta” di Sciascia è stato tratto un omonimo film noto ai più. In particolare nel nostro immaginario collettivo ha fatto ingresso la classificazione umana di Don Mariano. Dopo i rari uomini e mezz’uomini, lo zoo umano è affollato da ominicchi, quaquaraquà e pigliainculo (nel film chiamati ruffiani per motivi di censura) “che stanno diventando un esercito”. Le ultime due categorie sono accomunate proprio dall’inazione, dovuta ad incapacità per i primi, a convenienza per gli altri.

Dopo aver riportato il pensiero di eccelsi uomini di cultura, chiudo con le parole di un testo la cui matrice è il sermone di un pastore protestante tedesco. Da questa sua invettiva, diretta a biasimare l’inattività degli intellettuali tedeschi di fronte all’ascesa del nazismo, sono state tratte varie versioni, tra cui la seguente:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti, e non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me, e non era rimasto nessuno a protestare.


Rispetto agli esempi precedenti la confezione artistica è di minor pregio, ma il messaggio è straordinariamente efficace. Niente valori, nessuna identità collettiva. Risultato: impotenza di fronte alle avversità.
Dopo quasi un secolo queste parole risultano attuali. Ma queste parole vanno ripetute. Come un mantra, o una preghiera, fate voi. Purché restino incise nella memoria collettiva.
Fare memoria combatte l’indifferenza.

Seeee, lallero.

M. V.


P.S.: scritto prima della morte del nostro concittadino Carlo, ennesima vittima della nostra indifferenza. In verità solo cittadino, come noi tutti. Il “con”, prefisso di tutte le parole in cui si evidenzia la partecipazione ad un qualcosa di collettivo, è stato abiurato dalla nostra indifferenza.



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