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Lezioni di garbo


Mario Vaccaro
Pubblicato in data 25/3/2013 ● FUORI PORTA WEB © 2000

Sono sempre stato più propenso a ricevere critiche che elogi, potenzialmente costruttive rispetto a questi ultimi, utili solo a chi avesse necessità di accrescere la propria autostima. Quindi un enorme piacere mi ha tenuto compagnia durante la lettura del testo inviato a questa redazione dal sig. Di Narzo, scaturente dalle considerazioni ivi sciorinate – stoccate comprese - nonché dalla formale considerazione mostrata nei riguardi della mia persona, la cui vanità sentitamente ringrazia.
Essendo in possesso d’uno spirito polemico e poco avvezzo alle “sviolinate”, oltre al piacere sarà un certo imbarazzo ad aleggiare sulla mia persona nel mentre si accinge a tessere le lodi del mio interlocutore, ma bisognerà pur attribuire “a Di Cesare quel che è di Di Cesare”. Mi rivolgerò direttamente a lui, ma la forma del colloquio privato è un pretesto per argomentare questioni che, chissà, potrebbero rivelarsi interessanti per chiunque volesse sbirciare in questo testo.
Nel ricambiare da subito la sincera simpatia e il caloroso saluto esternati in chiusura del suo scritto, le confesso senza falsa modestia che il mio intuito nel valutare repentinamente il carattere d’una persona, in questo caso la sua, si è dimostrato come al solito efficiente. Ciò conferma la bontà dell’unico vero rilievo che avevo mosso nei suoi riguardi, ovvero la mancanza di buon gusto nell’aver denunciato esplicitamente i “violentatori” della nostra lingua. E sono proprio i toni della sua recente missiva ad evidenziare quella che appare una vera e propria nota stonata: appunto le censure sollevate nei miei riguardi, severe e critiche ma espresse in una forma non atta a compungere, ne sono una riprova.
A proposito delle doglianze da lei espresse, del preteso mio “stile intriso di sofismi e sermoni”, a mia volta mi dolgo – e tanto, mi creda – per l’essere entrambi da me invisi. Come da premessa, fa parte del mio stile accettare le critiche come pungolo onde far meglio; d’altronde per definizione val sempre e comunque la pena perorare i rilievi mossi dall’esterno, non potendo ciascuno di noi essere critico di se stesso. Intendo però precisare che da sempre trovo indigesto l’utilizzo di cavilli e sofisticazioni e lo spaccio d’aria fritta per sapere. Una medesima avversione, reputandomi religioso ma non fedele/credente e tantomeno un bigotto “spara sentenze”, provo nei confronti di predicatori e moralisti.
Nel percorrere il mio personale itinerario culturale, mai m’è capitato d’imbattermi in certezze e invidio chi ha avuto siffatte apparizioni; pronto ad essere smentito, ritengo siano fantasmi dell’intelletto, mere superstizioni. Di conseguenza mi tengo alla larga dalle trappole in cui è facile incorrere quando si è credenti, per evitare di scoprire un bel giorno d’esser stati creduloni. Allo stesso modo sono allergico alla fede, spesso cieca in coloro alla cui ombra si nascondono, celando un approccio un po’ meschino che si rivela essere piuttosto un “fare affidamento” (è, ovviamente, una considerazione valida esclusivamente per la mia persona che, ahimé … ahilei?, tale dono non ha ricevuto): tuttavia una credenza, una cieca fede l’ho anch’io, il cui oggetto potrebbe come simbolo avere, piuttosto che una croce, un punto interrogativo. Sono tra quelli, infatti, che coltivano sistematicamente il dubbio quale approccio al sapere, quindi non sono incline a formulare giudizi e a maneggiare con superficialità qualsivoglia strumento culturale, un tanto al chilo.
Tuttavia, se in quel mio scritto mi ha visto indossare quei panni, è evidente che la mia imperizia nel maneggiare le parole m’impedisce di comunicare con efficacia quanto cerco di dire. Spero intenda bene questo mio far finta di essere sordo, che vuole essere da parte mia un gesto elegante, “ton sur ton” e all’altezza del garbo da lei mostrato nel resto della sua missiva.
Eh … già, perché è proprio il tono in essa impiegato a rappresentarne il maggior pregio: a causa di una TV satura di programmi, che occupano lo spazio deputato ai professionisti del mondo dello spettacolo onde consentire ai politici di esibirsi, a livello subliminale abbiamo imparato a interloquire come questi, quindi a dileggiare l’avversario in una situazione di contrapposizione dialettica, usando toni più che aspri … asperrimi (piaciuta? … eeeh l’ironia, è una mia debolezza), anziché argomentare entrando nel merito delle questioni. Sono invece fermamente convinto che se si volesse evitare d’affrontare queste ultime e conseguire comunque il risultato di disarmare l’avversario, il garbo sia lo strumento di gran lunga più efficace (come un’unanime manifestazione di non violenza rappresenta la miglior risposta ad un violento attacco … un tale, mi sembra si chiamasse Gandhi, professava un qualcosa di simile).
Come vede sono di nuovo le parole, in questo caso il tono che si conferisce alle stesse, ad evocare forze misteriose. E’ questo un potere che la grammatica non possiede; ma non creda che non la tenga in dovuta considerazione, tutt’altro. Tra le sue affermazioni, una sottoscrivo in pieno: “la comunicazione è anche musicalità”. Già dai temi della scuola la rilettura degli stessi era per me occasione per saggiare l’armonia delle frasi (il latino, poi, che non ha vincoli nella costruzione d’una frase, è a tale scopo strumento ancor più duttile).
Ma oltre alla melodia, la musicalità richiede il ritmo fornitole dalla punteggiatura (e a tal riguardo autori illustri hanno travalicato le regole scolastiche, chi per ottenere, come Kerouac, un ritmo sincopato stile jazz o magari chi, come Joyce, l’hanno abolite del tutto per conseguire l’effetto “flusso di coscienza”): dunque le regole grammaticali conservano il loro perché, ma se ne può fare anche un uso creativo.
Ché la lingua, è bene ricordarsene, è convenzione ma anche creatività, vitalità, quindi quelle regole la cui applicazione fa comunque bene a rivendicare, avendo le stesse un loro fondamento, non possono però essere considerate qualcosa di perentorio, inderogabile.
Questa mia considerazione, che ritengo valevole per ogni lingua, nel caso dell’italiano assume poi il valore di imprescindibile teorema. Credo non si sottolinei mai abbastanza la peculiarità del nostro idioma, unico al mondo a poter rivendicare origini letterarie. La convenzionalità d’una lingua è un aspetto che la rende avvezza a regole prestabilite, ma la nostra ha ben poco di convenzionale: il suo battesimo coincide con la creazione di un’opera che, peculiarità tra le peculiarità, è universalmente considerata quale la migliore mai concepita in 28 secoli di letteratura.
Proseguendo nel tema della creatività e delle peculiarità linguistiche, abbiamo inoltre in dotazione un ricchissimo panorama di dialetti che offrono motti e locuzioni proverbiali a tonnellate, spesso vere e proprie metafore coniate dal basso (“m simbr na pgnet d fafa crjtt”, immagine che sovviene quando ci si imbatte in un ciarliero), oltre a parole ed espressioni verbali che sottendono storie ed aneddoti (come è avvenuto per il noto termine “sciuscià”, anche “saknajenz” è neologismo di quei tempi derivante – così mi è stato spiegato - dalla storpiatura di un’espressione anglofona, “second-choice”, seconda scelta, o forse “take a chance”, cogli l’opportunità: nel dopoguerra gli alleati americani indicavano con quell’espressione, da noi recepita e tradotta con un’approssimativa fonetica, i prodotti di bassa fattura).
Creatività o rigido ossequio alle regole, ecco il dilemma!  

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