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Et in terra pax...


Mario Vaccaro
Pubblicato in data 28/11/2013 ● FUORI PORTA WEB © 2000

… agli uomini di buona volontà. Già, la buona volontà … “ecco la questione”! Come nei gialli in cui l’inquirente è Colombo – peculiari per il disvelarsi sin dall’inizio l’identità dell’assassino – voglio anch’io confessare ab ovo dove andrò a parare: la fede comunista. E se l’etichetta di comunista è in disuso per manifesta sconvenienza a qualificarsi tali, inventerò un verbo per identificarmi onde descrivere quell’idea di società che la dottrina marxista – melius: movimento – professava: comunist’ero e comunisterò.

E sì ché il contributo di Marx non è consistito in un mero auspicio dell’avvento d’una società egualitaria, altrimenti avrebbe ingrossato le fila del già affollato esercito degli scopritori dell’acqua calda. Tanti sono infatti gli esempi che è possibile attingere nella precedente storia, dai semplici auspici (nello stesso Vangelo si descrive l’ideale vita sociale delle comunità cristiane, improntata al principio di comunione dei beni) sino ai tentativi reali (ad esempio la Comune di Parigi), senza considerare quelle società che ossequiavano tali principi in ottemperanza a quello che ritenevano essere l’ordine naturale delle cose (i Nativi americani non avevano neppure elaborato il concetto di proprietà). Il contributo fattivo del Nostro è invece consistito nel renderci edotti che un tale modello di società fosse la naturale evoluzione della società capitalistica: insomma una società di eguali è la tappa successiva nel quadro di un’evoluzione che è ovvio presagire dall’analisi dei fatti storici (ecco perché movimento e non dottrina): “Diciamocelo, la democrazia è l’anticamera del socialismo”, recita Volonté in “Indagini su un cittadino …”.

Lungi dal voler impartire lezioni sul comunismo, che pure sarebbero utili ai giovani interlocutori che, fondatamente temo, ne hanno un’idea sin troppo vaga, prendo la tangenziale utilizzando la laconica definizione di Engels: “chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Dunque un colpo di spugna allo status quo, rendere concreto il malcelato sogno della stragrande maggioranza di quel popolo da sempre imbrigliato nel giogo del potere, che sempre s’è manifestato in forme oppressive .. wow! Al di là quindi delle implicazioni strettamente politiche, cosa esattamente non ci garba dello status quo, che andrebbe colpodispugnizzato? Mi permetto di suggerire un criterio: guardiamo ai buoni propositi con cui noi adulti condiamo l’educazione dei nostri bambini e che questi puntualmente riversano nelle letterine a Babbo Natale oltre che nei temi scolastici d’italiano … le guerre e la fame nel mondo sono di gran lunga i più gettonati. Ora, quanta buona volontà mettiamo in campo per risolvere\arginare tali problemi? E il movimento or ora citato fornisce una soluzione agli stessi?

Proviamo a riflettere … come nel quotidiano gesto davanti allo specchio, tentando di discernere la realtà dall’apparenza. Le dimensioni della questione, in termini d’importanza, sono tali che evaderò dal gravoso compito chiamando in mio soccorso P.P.Pasolini. Nel film “Uccellacci e uccellini”, celebre anche per la partecipazione di Totò, si narra la vicenda occorsa a frate Ciccillo, a cui S.Francesco affida il delicato compito di evangelizzare gli uccelli. Il frate sceglie due razze, i falchi e i passeri (metafora delle protagoniste della lotta di classe, sfruttatori e sfruttati), riuscendo nel compito: ciascuna razza accoglie di buon grado la Buona Novella … Dio è Amore! Ma sulla strada del ritorno al convento assiste ad una scena sconfortante: un falco uccide un passero. Al cospetto dell’impotenza del frate – “a ciascuna razza je sta bene d’amasse, ma tra di loro s’ammazzano” – S.Francesco decreta: “Bisogna cambiallo ‘sto monno. Verrà un uomo dagli occhi azzurri e dirà <sappiamo che la giustizia è progressiva e sappiamo che, man mano che progredisce la società, si sveglia la coscienza della sua imperfetta composizione e vengono alla luce le disuguaglianze stridenti ed imploranti che affliggono l’umanità: non è questa avvertenza della disuguaglianza tra classe e classe, tra nazione e nazione, la più grave minaccia della Pace?>”.

E infatti, laddove il 20% della popolazione possiede l’80% delle risorse, in un rapporto d’inversa proporzionalità speculare rispetto al resto della massa, si può realisticamente sperare che non sussista un conflitto sociale? In un mondo in cui i popoli dei paesi capitalisticamente avanzati godono d’un elevato tenore di vita potendo i relativi governi trarre profitto da risorse di cui sono “ricchi” i Paesi poveri, si può davvero credere che rebus sic stantibus (potevo dire “a bocce ferme” ma, vuoi mettere, il latino … tzè) possa regnare la Pace tra i popoli?

Poste queste due riflessioni al riparo da qualsiasi rovescio di pioggia, passiamo alla buona volontà, a chi si limita ad invocarla e a chi si propone di armarsene davvero. Prima, però, vorrei utilizzare un’altra parentesi cinematografica, stavolta più “terra terra”. Nel “Pap’occhio” di Arbore c’è una gustosa gag d’un allora giovane Benigni che, davanti al “Giudizio universale” di Michelangelo, riflette sull’amenità delle situazioni che in quel particolare frangente si creeranno, tipo il trovarsi spalla a spalla d’un faraone egiziano con un terzino della Sampdoria. In quest’ameno divagare discorre del paradossale dialogo che immagina possa instaurarsi tra Marx e Dio. Nel resoconto di quanto fatto nel corso della propria esistenza, il Nostro elenca quanto da lui “predicato” sull’uguaglianza, su un immediato futuro in cui gli ultimi saranno i primi e così via. Nel corso della dissertazione Marx viene puntualmente incalzato da Dio … “e questo l’avevo già detto io”. Finale della gag a parte (avendo predicato le stesse cose il Nostro pensa di meritare il Paradiso; dopo avergli fatto notare un fondamentale errore – l’aver sostenuto l’inesistenza di Colui che gli è ora innanzi – lo condanna al ruolo di portinaio: quando chiederanno al telefono di Lui, Marx dovrà rispondere: “Dio non c’è”), mi ha sempre colpito l’aver posto in evidenza quel che già era balzato alla mia giovanile attenzione, ovvero il parallelismo tra due dottrine che nella dimensione politico-sociale sembrano collocarsi agli antipodi: ho sempre ritenuto il comunismo/socialismo un messaggio cristiano in salsa laica, un messaggio spirituale la cui applicazione pratica è compito da affidare a Cesare secondo il noto principio di competenza.

Esistenza di Dio a parte – e tornando alla vera questione – una differenza tra le due dottrine c’è: il concreto prodigarsi per eliminare gli ostacoli che si frappongono alla pace sociale e a quella tra le nazioni. Quale presa di posizione esprime la nostra religione in merito alle differenze sociali? Nei Comandamenti, in aggiunta ad “Onora il padre e la madre” – in cui, per inciso, manca la dovuta precisazione “… qualora lo meritino” – c’è un “Non desiderare la roba d’altri” insolitamente sovrapposto al “Non rubare”, che suggerisce una logica deduzione. A parte la considerazione che il capitalismo poggia le proprie fondamenta sull’espressione di tale desiderio, il combinato disposto si può in soldoni esprimere come “sei nato povero? … stai a cuccia … non turbare lo status quo!”. E’ pur vero che Gesù ha proferito messaggi diversi da questo lasciastareilmondocosìcom’è, ma l’Istituzione che fa le Sue veci sembra non essersi conformata a quanto da Lui predicato circa ricchi, cammelli e crune d’aghi, oppure su ultimi che saranno i primi e inviti vari a spogliarsi delle ricchezze: il contegno della Chiesa è da sempre orientato a favore dell’accumulo di queste, al punto di esserne Lei stessa protagonista pro domo sua. E il comunismo? Beh, al di là di quanto predicato, intendo evidenziare quanto appreso nei libri di storia nei miei studi liceali: alla vigilia della Grande Guerra, i comunisti d’ogni nazione hanno fatto appello ai “fratelli” delle altre nazioni belligeranti per scongiurare il plurimilionario eccidio.

Da ultimo, una breve riflessione su coloro che si sono impegnati attivamente per la Pace, M.L. King, i Kennedy, Gandhi, Biko, Lennon, Malcolm X (nel suo ultimo anno di vita): avete fatto caso? … sono stati tutti assassinati! Nell’elenco manca il più importante. La portata rivoluzionaria del messaggio religioso-culturale del Cristo raggiunge il suo acme nella frase “porgi al tuo nemico l’altra guancia”: considerato il contesto locale e storico in cui s’è mosso il più divino tra gli uomini, l’anticonformismo di quel messaggio è deflagrato come una bomba atomica. Non è forse per questo che è stato mandato a morte (se ci si autoproclama Re si ordina un ricovero coatto, non la crocefissione)? Non pare strana l’altrimenti insensata scelta del popolo di salvare Barabba e, soprattutto, che i Romani abbiano accettato di buon grado che si salvasse uno che aveva ucciso tanti dei loro?
La società, come idealizzata nella visione comunista/socialista, è per antonomasia considerata un’utopia proprio per questo motivo: la Pace è qualcosa che val bene professare vacuamente, ché a fare sul serio si rischia la vita o, nel migliore dei casi, un’accusa di “infantofagia”. Non ci resta che assegnare il relativo Nobel al Presidente d’una nazione protagonista in due diversi conflitti e, concludendo, “che la pace sia con voi … scambiatevi un segno di pace … ite missa est”.

PS: Puntualmente qualcuno riterrà le mie considerazioni oltraggiose (anche i film menzionati furono all’epoca censurati) per una sua seria convinzione che la materia religiosa vada trattata dagli “addetti ai lavori”. Non proverò neppure a convincerlo dell’opportunità contraria … solo una dovuta precisazione. Per storia e per cultura sono cattolico: l’educazione ricevuta, le frequentazioni alle elementari nell’ex Chiesa di S.Antonio Abate, il catechismo, l’ora di religione, l’officio d’un paio di sacramenti, le chiese innalzate per secoli col sangue e il sudore dei miei antenati, l’aria che respiro … sento di esserlo, non elettivamente ma per osmosi … e sono anticlericale, per convinzione, perché ritengo sia scorretto propagandare una visione del mondo in cui sono gli “addetti ai lavori” a detenere il monopolio del Bene.  


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