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Pubblicato in data 7/7/2014 ● Articolo consultato 875 volte ● Archivio 8039 FPW

Termoli
Tra i detenuti del carcere di Larino: "Il Vescovo racconta..."


Gianfranco De Luca ● FUORI PORTA WEB © 2000-2018

Ieri mattina, 6 luglio, il Vescovo diocesano, mons. Gianfranco De Luca, è stato nel carcere di Larino a celebrare la S. Messa, su invito del cappellano, don Marco Colonna. I frutti di tale incontro sono di seguito riportati:

Una bella consonanza, fortemente significativa.

Ieri Papa Francesco, parlando ai detenuti della Casa circondariale di Isernia, riferendosi all’azione misericordiosa di Dio che rende la sofferenza originata dai propri errori luogo di purificazione e di crescita, diceva: “La cosa più importante è ciò che fa Dio con noi: ci prende per mano e ci aiuta ad andare avanti. E questo si chiama speranza!”.


Oggi, un giovane, con lo stesso nome del papa, Francesco, detenuto nel Carcere di Larino, accogliendomi a nome di tutti, mi ha consegnato un messaggio da trasmettere all’esterno, dice così: “È vero oggi è difficile vivere affrontando non soltanto la crisi economica, disoccupazione, malattie delusioni, fame e povertà. È in questi momenti che ci abbandoniamo alla tentazione e concediamo la nostra anima al diavolo. Ma noi inviamo un messaggio a tutti coloro che sono in difficoltà: non arrendetevi! Reagite ai problemi e pensate al valore della vita e delle nostre famiglie. È vero che a volte con le nostre sole forze è impossibile resistere, specie chi lotta contro i propri appetiti, ma in questi momenti dovete pensare a Gesù Cristo al Suo Esempio, lui che ha lottato nel deserto, mentre agonizzava sulla croce, mentre grida di aver sete. Egli ha sofferto tutto ciò che noi possiamo soffrire ed ha vinto. Confidando nella Parola di Dio. Perciò quando il nostro orizzonte è oscuro, quando tutto sembra finito, rifugiatevi in Dio nella Sua Parola, in ciò che Gesù ha detto: “fatevi coraggio, Io ho vinto il mondo!!!” Egli ha vinto l’impossibile e per questo anche voi vincerete i vostri problemi. Preghiamo per loro e per i detenuti che si sono tolti la vita in carcere. Il segreto della vita e non arrendersi mai, non arrendetevi mai perché dopo il tramonto c’è sempre l’alba.”

L’annuncio del Papa è già operante nel cuore di questo fratello e di quanti si riconoscono nel saluto che lui, come portavoce degli altri, mi ha rivolto.

Anche le domande, le inquietudini interiori e il senso di disagio che l’omelia pronunciata da Papa Francesco a Sibari, in Calabria, ha suscitato in molti, che hanno manifestato il desiderio di approfondire e di comprendere, conferma la giustezza dell’approccio di Papa Francesco con la realtà della detenzione: “Pensare che l'ordine interiore di una persona si corregga soltanto “a bastonate” - non so se si dica così –, che si corregga soltanto con la punizione, questo non è di Dio, questo è sbagliato. Alcuni pensano: “No, no, si deve punire di più, più anni, di più!”. Questo non risolve niente, niente! Ingabbiare la gente perché – scusatemi la parola – per il solo fatto che se sta dentro siamo sicuri, questo non serve, non ci aiuta.”

Certamente quanto Papa Francesco afferma non risulta essere la soluzione, ma attiva dei processi; certamente non ci lascia quieti, scomoda; invita ad uscire dalle proprie sicurezze e ad aprirsi al nuovo che è davanti a noi. Così ci fa passare dai diritti proclamati e solennemente definiti, alla giustizia ricercata e vissuta dentro le relazioni quotidiane, dall’essere farisei che si arroccano nella certezza della legge a samaritani che si impegnano nel farsi compagni di viaggio dei vari malcapitati che incontrano lungo la strada; da giudici asettici a fratelli misericordiosi.

Certamente mi ha inquietato come uomo e interrogato come Vescovo la confidenza che il Papa ha fatto ai detenuti di Isernia: “E io vorrei... mi viene adesso di dirlo, perché sempre lo sento, anche quando ogni 15 giorni telefono ad un carcere di Buenos Aires, dove ci sono giovani e parliamo un po' al telefono. Vi faccio una confidenza. Quandoio mi incontro con uno di voi, che è in una casa circondariale, che sta camminando verso il reinserimento, ma che è recluso, sinceramente mi faccio questa domanda: perché lui e non io? Lo sento così. E' un mistero. Ma partendo da questo sentimento, da questo sentire io vi accompagno.”  



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