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Tra i segni della Natività: "il bue nell'esegesi dell'iconografia cristiana"


Luigi Sorella
Pubblicato in data 16/12/2014 ● FUORI PORTA WEB © 2000

Nel libro L’infanzia di Gesù Benedetto XVI indica un’esegesi iconografica del racconto biblico, e tra le varie riflessioni propone l’osservazione in merito al bue e all’asino non presenti nella scena sacra della Natività, nella notte della riconciliazione, così come nell’immaginario della cultura popolare: “nel Vangelo non si parla di animali”. Il Papa emerito spiega come una “meditazione guidata dalla fede, leggendo l’Antico e il Nuovo Testamento collegati tra loro, ha ben presto colmato questa lacuna, rinviando ad Isaia 1,3: «Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende».”

Nell’affresco della Natività del senese Biagio di Goro Ghezzi (“Blaxius Gori Ghezzi pictor”), opera dipinta nel 1368 nell’ambito di un ciclo per la chiesa di S. Michele Arcangelo in Paganico, il bue (o forse la giovenca rossa) volge lo sguardo al Bambino Gesù nella mangiatoia mentre l’asino dirige la testa verso il cielo ed apre la bocca al punto che se ne possono vedere i denti, lanciando un mugghio come richiamo al diavolo: per alcuni studiosi nell’interpretazione iconografica del pittore senese c’è il richiamo agli asini selvatici.

Nel Physiologus (una specie di Legenda Aurea degli animali, compilata ad Alessandria nel II secolo della nostra era, in cui viene istituito un parallelo fra gli animali selvatici e la missione di Cristo), durante la notte del solstizio d’inverno (il 21 dicembre, la notte più lunga dell’anno, tre giorni prima della natività della luce), gli asini selvatici lanciano due volte un forte grido: l’asino nella Natività «va in collera con versi assordanti contro il neonato Bambino Gesù per opera del quale la notte finisce e sorge il nuovo giorno. Il bue e l’asino dell’affresco di Biagio di Goro Ghezzi avranno, in seguito, autorevole evocazione artistica da parte di Michelangelo, nella Cappella Sistina, in particolare nella volta che presenta Il sacrificio di Noè. Nella scena biblica il diavolo, adombrato nella figura dell’asino, va in collera contro il sacrificio di riconciliazione compiuto da Noè [...]».

La “giovenca rosso-bruna” indica e rappresenta la carne mortale di Cristo. Simbolicamente, nella rappresentazione della Natività, il bue (o la giovenca) è quasi sempre di colore rosso-bruno.
Nella pittura pre-rinascimentale spesso la stalla di Betlemme è amplificazione artistica della mangiatoia degli animali, dove fu coricato il Bambino Gesù subito dopo la sua nascita: “Ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, e lo fasciò e lo pose a giacere in una mangiatoia” (Lc 2,7). Così, il bue e l’asino sono iconograficamente contestualizzati, in segno dell’estrema povertà e dell’umiltà divina, fuori dalla città dentro una stalla, una grotta o un ricovero pastorale, come nel caso della Natività (1440/41) di Guido di Pietro, noto come il Beato Angelico, la quale rievoca la Natività tra i profeti Isaia ed Ezechiele (1308/11) di Duccio di Buoninsegna, pur con uno scambio di posti tra il bue e l’asinello in posa di adorazione dinanzi alla mangiatoia quale “segno” annunciato e indicato ai pastori dall’angelo del Signore: “E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia” (Lc 2,12).

[...] Dentro la stalla di Betlemme il bue inginocchiato al cospetto del Bambino Gesù – entrambi al centro della simmetria prospettica – è il primo ad accogliere il Salvatore: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11). Un’iconografia mariana: è dinanzi alla mangiatoia che la Vergine concesse al bue (e all’umanità) di vivere senza tristezza. Altre leggende della pietà popolare alimentano tale attributo mariano.
Dal Bambino Gesù, vistosamente avvolto in fasce nell’atto del coricamento nella mangiatoia come esposto dal Vangelo di Luca, è attratto ancora il bue rappresentato nell’affresco della Natività (1304/06) di Giotto, conservato nella Cappella degli Scrovegni a Padova.
Le fonti iconografiche dell’affresco giottiano vanno oltre i Vangeli canonici. La scena della nascita di Gesù è ispirata dallo Pseudo Matteo (13-14): “Maria pose il fanciullo nella mangiatoia e il bue e l’asino lo adorarono”. Altri autorevoli interpreti della Natività, alcuni con minori esegesi ed enfasi bibliche, relegano il bue e l’asino simbolicamente dentro la stalla di Betlemme, sebbene è dal Rinascimento che la mangiatoia, testimoniata dai Vangeli, artisticamente si riduce a un giaciglio sulla nuda terra, nella consuetudine francescana.
Scrive Benedetto XVI: “La tradizione delle icone, in base alla teologia dei Padri, ha interpretato mangiatoia e fasce anche teologicamente. Il bimbo strettamente avvolto nelle fasce appare come un rimando anticipato all’ora della sua morte. Egli è fin dall’inizio l’Immolato [...]. Così la mangiatoia veniva raffigurata come una sorta di altare.” Nel ribadire la consistenza teologica su alcuni elementi (animali, mangiatoia, etc.) solo apparentemente ai margini della Natività, Joseph Ratzinger cita Sant’Agostino. “Agostino ha interpretato il significato della mangiatoia con un pensiero che, in un primo momento, appare quasi sconveniente, ma, esaminato in modo più attento, contiene una profonda verità. La mangiatoia è il luogo in cui gli animali trovano il nutrimento. Ora, però, giace nella mangiatoia Colui che ha indicato se stesso come il vero pane disceso dal cielo - come il vero nutrimento di cui l’uomo ha bisogno per il suo essere persona umana. È il nutrimento che dona all’uomo la vita vera, quella eterna. In questo modo, la mangiatoia diventa un rimando alla mensa di Dio a cui l’uomo è invitato, per ricevere il pane di Dio. Nella povertà della nascita di Gesù si delinea la grande realtà, in cui si attua in modo misterioso la redenzione degli uomini.” A proposito del “pane di Dio”, in ebraico la parola Betlemme significa “casa del pane”: “Io sono il pane della vita” (Gv 6,48); “Io sono il pane vivo” (Gv 6,51). La tradizione teologica vuole che Betlemme, in ebraico Beith–Lehem, fosse Beith–El, la “casa di Dio”, il luogo biblico e catechetico testimone della presenza divina, dove il Signore apparve a Giacobbe [...].

Sul rapporto iconografico tra gli animali e la mangiatoia nella stalla di Betlemme, Ratzinger non ha dubbi quando medita la risonanza biblica: “Nella singolare connessione tra Isaia 1,3; Abacuc 3,2; Esodo 25, 18-20 e la mangiatoia appaiono quindi i due animali come rappresentazione dell’umanità, di per sé priva di comprensione, che, davanti al Bambino, davanti all’umile comparsa di Dio nella stalla, arriva alla conoscenza e, nella povertà di tale nascita, riceve l’epifania che ora a tutti insegna a vedere. L’iconografia cristiana già ben presto ha colto questo motivo. Nessuna raffigurazione del presepe rinuncerà al bue e all’asino.

[...] Per un’antichissima fonte cristiana (Pseudo Matteo, De Ortu, 13-14) la Natività contempla entrambe le presenze, del bue e dell’asino. Per la stessa leggenda, tuttavia, la presenza del bue sintetizzerebbe l’annuncio della redenzione che è vivente nella notte santa, “la Notte” che ricondurrà il tempo all’anno “zero” e a una nuova alleanza con Dio, ancora più Padre nel dono del Figlio unigenito.
Nella tradizione della cultura artistica dentro la stalla di Betlemme, vicino al Cristo bambino, il bue simboleggia l’umanità che ha scelto la via della fede, che “ha creduto”, mentre l’asino ha svariate sfumature interpretative: a volte rappresenta i “gentili”, spesso esprime il male e dunque il diavolo. [...] È singolare che nella cultura iconografica sulla Natività siano più vicini a Gesù due animali che svolgono il lavoro più duro, più lungo, più umile, rispetto ad altre bestie, entrambi fonte viva di energia nel lavoro.

[Breve estratto da: "Il bue nell'esegesi dell'iconografia cristiana" di Luigi Sorella, pp. 73/111, in AA. VV. "Le carresi. Le traslazioni delle reliquie dei santi. Riferimenti biblici, origini, riti e tradizioni", Città Nuova, Roma, 2014]  


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