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Pubblicato in data 26/6/2015 ● Articolo consultato 2072 volte ● Archivio 8978 FPW

Guglionesi
Nel latte il nutrimento della "penitenza" verso la "salvezza"


Luigi Sorella ● FUORI PORTA WEB © 2000

Nel cibo della vita, come nutrimento spirituale, la parola “latte” non appartiene culturalmente alla dottrina dei vangeli canonici di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Compare nel richiamo al nutrimento del nascituro, per esempio, con la Lettera ai Corinzi di San Paolo: “Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non ne eravate ancora capaci. E neanche ora lo siete” [1Cor 3,2].
Paolo, inoltre, cita il latte anche nella Lettera agli Ebrei: “Infatti voi, che a motivo del tempo trascorso dovreste essere maestri, avete ancora bisogno che qualcuno v'insegni i primi elementi delle parole di Dio e siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. Ora, chi si nutre ancora di latte non ha l'esperienza della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino” [Eb 5,12-13].

Esplicita allusione dottrinale al latte, irrinunciabile nutrimento per la “salvezza” umana, proviene da una emblematica lettera di San Pietro: “Come bambini appena nati desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza” [1Pt 2,2].

Nel percorso di crescita verso la salvezza va contestualizzata l’iconografia della “Madonna delle Grazie” del crivellesco Michele Greco da Valona [trittico tempera su tavola “Madonna con il Bambino tra i Santi Sebastiano e Rocco”, 1505, Collegiata di Santa Maria Maggiore in Guglionesi], localmente nota anche come la “Madonna del latte”.

In realtà la “Madonna del latte” (la galactotrofusa, in latino Madonna lactans o Virgo Lactans), nell’iconografia cristiana fa riferimento alla Madre che nutre il suo divino Bambino, ed è assai ricorrente culturalmente nella pittura in generale. L’interpretazione artistica, invece, della Madonna che dona fiotti di latte alle anime del Purgatorio – appunto l’iconografia delle “Grazie” – è alquanto rara.
Il raccordo del racconto pittorico, nel comparto centrale del trittico di Guglionesi, avviene sulla verticalità creativa, in fondo alla quale c’è, concepito di uguaglianza spirituale, tutto il genere umano nella propria nudità penitenziale, tra le fiamme del purgatorio.

I Santi hanno nutrito la loro vita con la penitenza, il vero cibo della “salvezza”. Nel trittico di Guglionesi, l’opera di Michele Greco di Valona presenta, come prima figura umana a sinistra, sotto il trono della Vergine in atto di concessione delle Grazie, un primo fiotto di latte che raggiunge certamente un Santo (in riferimento alla committenza della confraternita patronale di Guglionesi: ipotesi di profilo di guida e di intercessione patronale della comunità?), riconoscibile dall’aureola raggiante attorno al suo capo. E, come si evince da una lettura più approfondita del messaggio iconografico dell’opera, ogni anima, dai chierici (si noti la testa di taluni figuranti) ai bambini, dagli uomini alle donne, volge alla Madonna la propria invocazione di nutrimento.

Nella rarità tematica del capolavoro d'arte cinquecentesca di Guglionesi la Vergine nutre le anime con il Suo latte, indicando il Figlio e annunciando le parole evocate dal libro sacro: “Qui sequitur Me non ambulabit in tenebris – Penitentiam agite”. Cioè: “Chi segue Me non abita nelle tenebre” [Gv 8,12]. Ed ecco, a conclusione della lettura iconografica dell’intera opera, giunge alla cristianità l’esortazione di Giovanni Battista nel deserto: “Agite con la penitenza”.
 

La figura del Santo con aureola.

Le anime del Purgatorio.

 



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