Lì, in un bosco sacro sorvegliato da un drago, li attendeva il Vello d'Oro, il prezioso tesoro che Giasone doveva conquistare.
Ma il viaggio era appena iniziato e il mare avrebbe messo alla prova gli eroi molto prima del loro arrivo.
La prima tappa fu l'isola di Lemno, abitata esclusivamente da donne e governata dalla regina Ipsipile.
Come era possibile che su un'intera isola non ci fosse nemmeno un uomo?
La spiegazione risaliva a qualche anno prima.
Le donne di Lemno avevano trascurato il culto di Afrodite e la dea, offesa, aveva deciso di punirle in modo singolare: fece emanare dai loro corpi un odore così insopportabile che i loro mariti le ripudiarono, scegliendo come nuove compagne delle schiave provenienti dalla Tracia.
Umiliate e accecate dall'ira, le donne prepararono una terribile vendetta.
In una sola notte massacrarono tutti gli uomini dell'isola. Solo uno si salvò: il vecchio re Toante, padre di Ipsipile. La giovane regina, sfidando le altre donne, lo fece fuggire di nascosto, affidandolo al mare su una piccola imbarcazione e salvandogli così la vita.
Quando l'Argo gettò l'ancora al largo di Lemno, le donne dell'isola temettero inizialmente un'invasione. Ma, quando scoprirono che i nuovi arrivati erano i valorosi eroi greci guidati da Giasone, li accolsero con tutti gli onori.
La regina Ipsipile offrì personalmente ospitalità a Giasone e tra i due nacque presto un legame amoroso. Secondo alcune tradizioni, dalla loro unione nacquero anche dei figli.
Gli Argonauti si ambientarono rapidamente. Venivano trattati come ospiti d'onore, partecipavano a sontuosi banchetti, feste e trascorrevano il tempo in piacevole compagnia delle donne dell'isola.
I giorni divennero settimane e, poco alla volta, la meta della spedizione sembrò svanire dai loro pensieri. La missione rischiava di fallire ancor prima di affrontare mostri marini, tempeste o nemici: a trattenerli erano il benessere e i piaceri della vita a Lemno.
L'unico a non lasciarsi sedurre da quella vita agiata fu Ercole.
Per lui, modello dell'eroe greco, la vera gloria ( il kleos ) non si conquistava nei banchetti o nell'ozio, ma affrontando prove difficili, pericoli e imprese memorabili.
La vita di un eroe doveva essere consacrata all'azione, al coraggio e alla ricerca di una fama destinata a sopravvivere alla morte.
Per questo, durante il soggiorno sull'isola, rimase spesso in disparte. Vedere i compagni ormai più interessati ai festeggiamenti e agli amori che al Vello d'Oro gli sembrava un'inaccettabile debolezza.
Alla fine sbottò, non riuscendo più a tacere. Si alzò e li richiamò con parole severe:
«Siamo partiti per compiere una grande impresa, non per fermarci qui a vivere comodamente. Ogni giorno che perdiamo ci allontana dalla gloria e ci avvicina al fallimento.»
Per Ercole il vero pericolo non erano le donne di Lemno, ma il fatto che gli eroi stessero perdendo il loro slancio, dimenticando lo scopo della spedizione e allontanandosi dal loro destino: conquistare la gloria immortale.
Le sue parole ebbero effetto. Anche Giasone si convinse che fosse giunto il momento di ripartire.
Così gli Argonauti ripresero il mare e abbandonarono l’isola, tornando finalmente a volgere la prua verso la Colchide.
Dopo qualche giorno di navigazione approdarono nel paese dei Dolioni, sulla costa dell'Asia Minore, governato da un Re molto giovane che si chiamava Cizico.
Venne descritto come un governante giusto e generoso.
Furono celebrati banchetti, si scambiarono doni e si stabilì un rapporto di amicizia.
Dopo alcuni giorni gli Argonauti, ringraziando il re, ripresero il mare.
Poco dopo la partenza, però, una violenta tempesta si abbatté sull'Argo.
I venti spinsero la nave lontano dalla rotta e, durante la notte, gli Argonauti finirono inconsapevolmente per tornare proprio sulla stessa costa da cui erano partiti poche ore prima.
Era buio, il mare agitato e nessuno riconobbe che era il luogo da cui erano partiti.
Anche il re Cizico e i Dolioni non riconobbero gli Argonauti.
Vedendo una nave avvicinarsi nel cuore della notte, credettero di essere attaccati da pirati o da un popolo nemico. Si armarono e corsero sulla spiaggia.
Dall'altra parte, gli Argonauti interpretarono l'arrivo degli uomini armati come un'aggressione.
Nessuno dei due schieramenti si rese conto che stavano combattendo contro gli stessi alleati che avevano festeggiato insieme poche ore prima e fu un tragico errore.
Nella battaglia che seguì, molti Dolioni furono uccisi. Solo all'alba, quando la luce del sole illuminò il campo di battaglia, i sopravvissuti compresero l'orribile verità . Gli Argonauti scoprirono con dolore di aver ucciso anche il re Cizico e sembra che sia stato proprio Giasone a colpirlo mortalmente senza sapere chi fosse. Gli Argonauti avevano ucciso i loro amici.
La scoperta gettò tutti nello sconforto. Giasone e i suoi compagni piansero il giovane re e organizzarono solenni funerali.
La giovane moglie di Cizico, Clite fu sopraffatta dal dolore e si tolse la vita.
Gli Argonauti rimasero così per diversi giorni a celebrare riti funebri e ad espiare la colpa, che fu involontaria.
La morte di Cizico venne ricordata come uno degli episodi più malinconici dell'intera spedizione. Non fu una vittoria eroica, ma una tragedia che lasciò un senso di perdita e rimorso. Ripresero poi il mare, alla volta della Misia.
Dopo alcuni giorni di navigazione, gli Argonauti approdarono nel paese dei Dolioni, sulla costa dell’Asia Minore, governato dal giovane re Cizico.
Era un sovrano noto per la sua giustizia e la sua generosità .
L’accoglienza fu calorosa: si tennero banchetti, si scambiarono doni e tra gli Argonauti e gli abitanti del luogo nacque un sincero rapporto di amicizia.
Dopo qualche giorno, Giasone e i suoi compagni ringraziarono il re e ripresero il mare.
Ma poco dopo la partenza, una violenta tempesta si abbatté sull’Argo. I venti trascinarono la nave fuori rotta e, nella notte, gli eroi si ritrovarono senza saperlo, nuovamente sulle stesse coste da cui erano salpati poche ore prima.
Nel buio e nella confusione, nessuno riconobbe quel luogo. Nemmeno i Dolioni, svegliati all’improvviso, compresero che si trattava degli stessi uomini accolti come amici poco prima.
Convinti di essere sotto attacco da pirati o da un popolo ostile, si armarono e corsero sulla spiaggia.
Dall’altra parte, anche gli Argonauti interpretarono quell’apparizione come un’aggressione.
Ne nacque così uno scontro tragico, in cui entrambe le parti combatterono credendo di difendersi. Solo all’alba, quando la luce rivelò il campo di battaglia, emerse l’orribile verità : stavano combattendo contro i propri alleati.
Gli Argonauti scoprirono con sgomento di aver ucciso anche il re Cizico. Secondo la tradizione, fu proprio Giasone a colpirlo senza riconoscerlo. La scoperta gettò tutti nella disperazione. Giasone e i compagni piansero il giovane sovrano e gli resero solenni onori funebri.
Al dolore si aggiunse altro dolore perchè Clite, la giovane moglie di Cizico, sopraffatta dal dolore, si tolse a sua volta, la vita.
Per giorni gli Argonauti rimasero su quelle coste, tra riti di espiazione e lutto, cercando di farsi perdonare una colpa commessa senza intenzione.
La morte di Cizico fu ricordata come uno degli episodi più cupi dell’intera spedizione: non una gloria eroica, ma una tragedia segnata da errore e rimorso.
Quando finalmente ripresero il mare, lo fecero in silenzio, diretti verso la Misia.

Gli Argonauti(2) (Antonio Scardocchia 2026)